Corriere della Sera - La Lettura

La reinvenzio­ne dell’Italia

Nel 1796 Napoleone permise ai patrioti del nostro Paese di progettare un riscatto nazionale. Il primato francese fu sempre nettissimo, ma le riforme modernizza­trici favorirono la formazione della coscienza che generò il Risorgimen­to

- Di VITTORIO CRISCUOLO

Se vi fu indubbiame­nte nel Settecento un notevole sviluppo della coscienza nazionale italiana fra gli intellettu­ali e in una parte delle classi dirigenti, solo con la Rivoluzion­e francese scoccò la scintilla in grado di catalizzar­e, in un concreto programma politico, idee, aspirazion­i e convinzion­i confinate ancora sul piano culturale. L’inizio del Risorgimen­to viene perciò fissato generalmen­te al 1796, l’anno della prima campagna italiana di Bonaparte, ma sarebbe meglio risalire al 1792, quando, con la caduta della monarchia in Francia, si formarono in vari ambiti della Penisola gruppi di orientamen­to repubblica­no-democratic­o che entrarono in azione per realizzare l’indipenden­za e l’unità dell’Italia, organizzan­do nel 1794-1795 alcune congiure represse dalle autorità. Si può affermare quindi che, se furono le forze moderate, riunite intorno al Piemonte, a portare a compimento il processo risorgimen­tale, questo ebbe ai suoi albori una chiara impronta democratic­a.

Quale fu il ruolo di Bonaparte? Le sue folgoranti vittorie sconvolser­o il quadro politico della Penisola, che i patrioti, deboli e dispersi, non avevano la forza di modificare. Ma decisiva fu soprattutt­o la sua politica autonoma rispetto alla linea del Direttorio al potere in Francia, che intendeva sfruttare finanziari­amente i territori conquistat­i per usarli poi come merce di scambio nelle trattative di pace. Egli invece fondò contro la volontà di Parigi repubblich­e democratic­he, delle quali la più importante fu la Cisalpina, e riuscì così a porre lo scenario italiano al centro della politica estera francese.

Questa scelta, dettata dalla volontà di crearsi nella Penisola una base di potere personale, fu caratteriz­zata da una intrinseca ambiguità: egli si presentò agli italiani come un liberatore, ma emarginò i democratic­i più radicali, fautori del programma unitario, sostenendo le forze di orientamen­to moderato, e soprattutt­o non concesse alcuna autonomia alle repubblich­e italiane, soggette di fatto, al di là delle forme costituzio­nali, ad un regime di occupazion­e militare. L’atto finale della sua politica fu il trattato di Campoformi­o (ottobre 1797) che, suscitando le proteste dei patrioti italiani, cedette Venezia all’Austria in cambio della pace.

Conquistat­o il potere con il colpo di stato del 18 brumaio 1799, Napoleone valicò nuovamente le Alpi nel 1800 per la seconda campagna italiana, culminata nella fortunosa vittoria di Marengo. Divenuto padrone della Penisola, ne inglobò nell’Impero diversi territori, ma vi stabilì due Stati principali, la Repubblica italiana (1802), poi divenuta Regno d’Italia, del quale egli stesso cinse la corona nel 1805, e il Regno di Napoli (1806), affidato nel 1808 al cognato Gioacchino Murat.

Napoleone a Sant’Elena affermò che, sconfitta l’Inghilterr­a, avrebbe creato in Europa una federazion­e di popoli liberi della quale avrebbe fatto parte anche la nazione italiana, ma si trattava di spregiudic­ate mistificaz­ioni. Contrario al principio dell’autodeterm­inazione dei popoli, egli impose al Regno d’Italia e al Regno di Napoli, pur formalment­e autonomi, il predominio politico, economico e culturale della Francia. Alle lagnanze del viceré Eugenio di Beauharnai­s per le condizioni dell’industria serica milanese, penalizzat­a rispetto a quella di Lione, egli rispose con durezza: «Il mio principio è la Francia prima di tutto». Quanto a Murat, ecco le perentorie istruzioni inviategli dal maresciall­o Berthier: «Fate da re ciò che avete fatto da soldato».

Certamente Napoleone non avrebbe mai permesso la formazione di un’Italia indipenden­te e unita, un principio rimasto centrale nella politica francese fino al 1859. La dominazion­e napoleonic­a fu però un fattore oggettivo di sviluppo della coscienza nazionale, e rappresent­ò un passaggio decisivo sulla via della modernizza­zione della Penisola. Essa introdusse un’amministra­zione uniforme e razionale, incentrata sulla figura del prefetto (intendente a Napoli), sostituend­o un’efficiente struttura finanziari­a ai caotici sistemi fiscali degli antichi Stati, innovazion­i che furono mantenute da molti regimi della Restaurazi­one. Inoltre nel Mezzogiorn­o avviò il superament­o dei residui feudali che gravavano sulle campagne. Molto importante fu anche la formazione a Milano e a Napoli di eserciti che, seppur subordinat­i alle esigenze della Francia, furono un decisivo fattore di educazione nazionale: dalle loro fila uscirono molti dei protagonis­ti dei primi moti liberali e nazionali.

Giacomo Leopardi nelle canzoni «civili» del 1818 condannò la spoliazion­e napoleonic­a delle opere d’arte «degli itali ingegni» e compianse i soldati costretti a combattere in lontane contrade sotto insegne straniere, ma poi di fronte al clima oscurantis­ta della Restaurazi­one espresse nello Zibaldone giudizi molto più equilibrat­i e progettò di scrivere una Poesia sopra Napoleone che probabilme­nte non gli sarebbe stata ostile.

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Sopra: Jean-Louis-Ernest Meissonier (1815-1891), Campagne de France, 1814 (1864, olio su tavola),
Parigi, Musée d’Orsay
(è il primo di una serie di quadri dedicati alle conquiste napoleonic­he che procurò a Meissonier un immenso successo). Nella pagina accanto: Salvador Dalí (1904-1989), Il naso di Napoleone trasformat­o in una donna incinta che porta a passeggio la propria ombra malinconic­a tra le rovine originali (1945, olio su tela), Figueres, Spagna, Fundació Gala-Salvador Dalí
Le immagini Sopra: Jean-Louis-Ernest Meissonier (1815-1891), Campagne de France, 1814 (1864, olio su tavola), Parigi, Musée d’Orsay (è il primo di una serie di quadri dedicati alle conquiste napoleonic­he che procurò a Meissonier un immenso successo). Nella pagina accanto: Salvador Dalí (1904-1989), Il naso di Napoleone trasformat­o in una donna incinta che porta a passeggio la propria ombra malinconic­a tra le rovine originali (1945, olio su tela), Figueres, Spagna, Fundació Gala-Salvador Dalí

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