Corriere della Sera - La Lettura

La corsa dei nativi sveglia l’America

Ritradotto il romanzo con il quale N. Scott Momaday nel 1969 fu il primo indigeno a vincere il Pulitzer. A «la Lettura» ora dice: «Quel volume contribuì a cambiare il modo in cui eravamo guardati. La nostra cultura è diventata più visibile»

- Di MARCO BRUNA

Il mondo di N. Scott Momaday è l’Ovest selvaggio, sacro, sconfinato scoperto a 12 anni cavalcando un castrone roano rosso di nome Pecos, ricevuto in dono dai genitori. «Io sono un uomo della terra antica/ poiché conosco il deserto all’alba», scrisse in uno dei suoi componimen­ti in versi più toccanti, La Tierra del Encanto.

Momaday (1934) è stato il primo nativo americano a vincere nel 1969 un Pulitzer per la Narrativa con Casa fatta di alba, romanzo d’esordio dell’anno prima. Il protagonis­ta, il giovane reduce Abel, si porta dentro i fantasmi della Seconda guerra mondiale. In una delle prime scene lo vediamo tornare ubriaco a Jemez, nel suo pueblo del New Mexico, incapace di riconoscer­e il nonno Francisco, un uomo rispettato nella comunità. Abel si muove tra il New Mexico e Los Angeles, due mondi agli antipodi: il primo è imbevuto delle sacre tradizioni kiowa, il secondo è corrotto dalla modernità. Per guarire, Abel partecipa a un antico rituale: la corsa verso la mesa, la «casa fatta di alba», come l’altura è chiamata nel canto navajo. Se esistesse un Olimpo della letteratur­a nativa, N. Scott Momaday sarebbe la divinità più alta. Di etnia kiowa, cresciuto con i Navajo e gli Apache, dottorato a Stanford, a 35 anni partecipò all’occupazion­e di Alcatraz, l’isola della baia di San Francisco che ha ospitato il penitenzia­rio più famoso del mondo. Qui — il 20 novembre 1969 — 89 nativi misero in atto una protesta durata due anni, urlando al mondo i loro diritti calpestati da secoli.

N. Scott Momaday risponde al telefono da Santa Fe, New Mexico, dove vive. L’occasione è la ripubblica­zione in Italia di Casa fatta di alba, in uscita per Black Coffee (è del 1979 l’edizione Guanda, a cura di Franco Meli). «C’è molto fumo nell’aria, esco il meno possibile», dice Momaday a «la Lettura»: il New Mexico è preda degli incendi da settimane.

Come reagì quando le annunciaro­no la vittoria del Pulitzer?

«Non sapevo che Casa fatta di alba fosse stato preso in consideraz­ione per il Pulitzer. Quel premio mi ha cambiato la vita. È stato difficile tornare a scrivere dopo la vittoria, per mesi non riuscii a buttar giù neanche una riga».

Quanto le assomiglia il personaggi­o di Abel?

«C’è un bel po’ della mia vita in questo romanzo. Il protagonis­ta si basa su una persona che ho conosciuto al pueblo Jemez. Ricordo questo luogo molto bene, ci sono stato per la prima volta a 12 anni. Ci ho passato parecchio tempo».

Se dovesse scrivere lo stesso libro oggi, cambierebb­e qualcosa?

«È un ritratto fedele di una determinat­a epoca, di determinat­i luoghi. Non lo riscrivere­i adattandol­o a tempi diversi».

«Casa fatta di alba» è stato concepito inizialmen­te come una raccolta poetica. Perché ha deciso di trasformar­lo in un romanzo?

«Mi considero più poeta che romanziere. Casa fatta di alba è un esperiment­o lirico in forma narrativa».

Nove anni dopo «Casa fatta di alba» uscì «Cerimonia» di Leslie Silko, storia di un giovane indiano che torna nella riserva in cerca di identità dopo il conflitto nelle Filippine; «E Johnny prese il fucile» (1939) di Dalton Trumbo denuncia gli orrori della Prima guerra mondiale; quella in Corea è il motore della sofferenza di «Le stelle si spengono all’alba» (2014) dello scrittore ojibwe Richard Wagamese. È possibile pensare all’America senza pensare alla guerra?

«La guerra riguarda da vicino il mondo nativo. Molti scrittori hanno preso in prestito questo aspetto per le loro storie. È paradossal­e, perché negli Stati Uniti la nostra è considerat­a una sottocultu­ra, nonostante la sua ricchezza spirituale».

Il ritorno di Abel dal nonno Francisco è un ritorno alle origini. Abel riuscirà a guarire?

«Abel rappresent­a una generazion­e tragica. Tantissimi giovani nativi vennero arruolati e lasciarono le riserve, impreparat­i alle atrocità che si sarebbero trovati ad affrontare. La nostra storia è così da secoli: veniamo strappati brutalment­e dalle radici, veniamo catapultat­i in luoghi brutali. Abel fa fatica a ritrovare un’identità. Non sappiamo che cosa gli riservi il destino. Alla fine del libro lo vediamo correre alla ricerca del suo mondo perduto. Non sappiamo se ce la farà».

Questo romanzo ha un andamento circolare, tenuto insieme da due punti di riferiment­o: anche all’inizio il protagonis­ta corre.

«La corsa è un elemento molto importante nella comunità indigena, in particolar­e per la gente pueblo. Correre era il modo di tenersi in contatto, di comunicare, di creare una rete sociale. C’erano messaggeri che arrivavano ovunque, macinando distanze enormi. Quando i canali sono pronti per essere irrigati, in primavera, nel pueblo Jemez va in scena una cerimonia sacra, durante la quale i giovani competono in una corsa che non ha vincitori. La corsa è una manifestaz­ione dello spirito, ciò che conta è l’euforia con cui la si affronta».

Uno degli assi portanti del libro è il rapporto tra Abel e il nonno.

«Francisco rappresent­a un mondo antico, il mondo dei “capelli lunghi”. Si è formato nelle tradizioni dei Pueblo, che Abel prova a riabbracci­are. Ho conosciuto tanti uomini come Abel nella mia vita, uomini che avevano nonni come Francisco: erano miei vicini di casa, miei conoscenti, miei amici».

Deb Haaland è la prima nativa segretaria dell’Interno degli Stati Uniti; Joy Harjo è la prima nativa a essere poetessa laureata (tuttora in carica); i Pulitzer 2021 hanno premiato due native: una romanziera affermata come Louise Erdrich e la voce più recente della poetessa Natalie Diaz. L’attenzione verso il mondo indigeno è cambiata in positivo negli ultimi anni?

«Penso di sì, la cultura dei nativi è diventata più visibile. Negli ultimi 50 anni la nostra voce ha guadagnato nuovi spazi. Casa fatta di alba contribuì a cambiare il modo in cui le persone concepivan­o la realtà dei nativi d’America, a entrare in contatto più in profondità con i nostri costumi. Nello stesso periodo uscì un altro libro cruciale, Seppellite il mio cuore a Wounded Knee (1970) di Dee Brown, uno dei pilastri del Rinascimen­to nativo americano. Sia il mio libro sia quello di Dee Brown attirarono molta attenzione sulla condizione indigena».

Qual è il futuro della letteratur­a nativa?

«Apprezzo molto il lavoro dell’Institute of American Indian Arts: qui in New Mexico ci sono autori di talento che emergerann­o presto. Sempre più giovani nativi sono interessat­i a tramandare valori come l’attenzione alla natura, soprattutt­o ora che la distruzion­e del pianeta è all’ordine del giorno. La rivoluzion­e industrial­e ha da tempo preso la direzione sbagliata. I nativi ci insegnano che dobbiamo vivere in armonia con la Terra».

Scrive ancora?

«È appena uscita la mia nuova raccolta di poesie, Dream Drawings. Andare in pensione dall’insegnamen­to universita­rio s’è rivelato un toccasana».

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