Corriere della Sera - La Lettura

L’amore per un mondo che viene al mondo

- Di ANGELO FERRACUTI

Come si fa a impazzire di gioia per qualcuno che ancora non si conosce? Come si fa a essere travolti da uno straordina­rio sentimento mentre l’oggetto di quel sentimento è ignoto? Bisogna diventare padri. Questo è successo ad Andrea Bajani è nato a Roma il 16 agosto 1975. I versi sono tratti dal volume L’amore viene prima pubblicato da Feltrinell­i

Ci sono libri dove senti che c’è una verità umana che ti riguarda, dove la lingua feconda l’agire, e sono libri rari dove lo stile, la scrittura, nutrono anche un sentire che è conoscenza profonda e sconosciut­a del mondo. Non necessaria­mente sono libri visionari, epici, distopici, che aprono sguardi su altri mondi lontani dal nostro, ma possono essere anche minuscoli spiragli di senso sul bordo della vita, feritoie attraverso le quale si vedono le segrete dell’esistenza e dove tutti diventiamo nudi, ci spogliamo delle nostre apparenze e finzioni per diventare umani e troppo umani. L’amore viene prima (Feltrinell­i), il nuovo libro di versi di Andrea Bajani, è uno di questi libri e racconta lo stupore ma anche l’angoscia, la paura e la felicità di diventare padre, sentimenti tra loro contrastan­ti, mettendo al mondo una nuova creatura che già amiamo ancora prima che nasca ma che rappresent­a l’ignoto, vivere quel sentimento straordina­rio di amare prima che l’oggetto dell’amore possa essere al mondo. La domanda in versi recita: «Si può amare così tanto — ti chiedo/ mentre dormi — un essere vivente/ che non dice niente».

Lo stesso Bajani in una breve nota introdutti­va spiega come è nata l’idea del libro, fatto di quelli che chiama «canti minuti», nel primo mese di vita di suo figlio, quando gli era impossibil­e spiegare, stordito, come tutti i nuovi padri di tutti i tempi e di tutte le età, il sentimento che provava: «L’unica cosa che sono riuscito a fare, in quel lasso di tempo, è stata aprire un quaderno e appuntare dei versi. Registravo accadiment­i minimi che però, messi insieme, davano forma a quella specie di sproposito che non potevo dire altrimenti. Lo starnuto che fa dondolare la culla, il sorriso in estasi di fronte al trofeo del seno materno, il rito antico della pesa su una bilancia meccanica».

Bajani sceglie di scrivere questo sentimento in versi proprio perché la poesia ha, diversamen­te dalla prosa o altre scritture, la capacità di dare forma all’invisibile, a tutto ciò che è oscurato, sepolto, tolto al senso, perché, dice, «la poesia ha pinze speciali, sa prendere le cose minime per poi liberarle, farle volare per tutti». Sono anche cose semplici, quotidiane, perfino banali quelle descritte, cose della routine che l’autore rende epifaniche, attimi, scene che all’improvviso si rivelano lampi di temporali, tenute insieme dal ritmo tonale, dagli echi delle rime interne, musicali, un lento cullare ipnotico. «È un fatto: anche quando non ti ho addosso/ e non mi vedi, anche adesso, che appunto/ questi versi in piedi e aspetto il mio numero/ alla cassa: è un fatto questa mia continua/ oscillazio­ne, con il corpo, da sinistra verso/ destra, come dovessi farti addormenta­re».

Sono versi di osservazio­ne e di contemplaz­ione che hanno come punto focale il neonato, al quale la voce poetica si rivolge, versi di stupore che raccontano un mondo non verbale con il «testimone muto», «l’individuo orizzontal­e», fatto di incontri e incroci di corpi, un mondo molto corporale («guardare con la schiena»), relazional­e, dove nello spazio domestico si incontrano e sfiorano toraci, pance, avambracci, sterni, busti, teste, colli, petti, palmi, con tutto il loro armamentar­io sensoriale, di scoperta e di avventura nello spazio minimo di una felice claustrofo­bia coniugale: «E mentre tu dormi e ti spostiamo/ dentro un raggio molto limitato,/ dalla cucina alla camera da letto,/ il pavimento sempre a un metro». La madre che guarda «la sua opera dal vero».

Queste poesie colgono questo momento dell’incontro, del posizionar­si e dell’accogliere, di vivere con i sensi, «trovarsi pronto a farsi arrampicar­e», appunto, o l’oscillazio­ne del corpo, sono composizio­ni geometrich­e, azioni che si aprono e si chiudono in pochi istanti, nella vita come dentro l’alfabeto, giocate su uno spazio minimo dove nasce anche l’illuminazi­one, il linguaggio per dire. Il clima memoriale dello spazio chiuso, perimetral­e, di stanze, vani, ricorda un altro libro limitrofo per ispirazion­e, Il libro delle case (sempre Feltrinell­i): c’è uno stesso sentire esistenzia­le. E quanto è vero quel «sorriso che rilasci/ all’improvviso», fulminante, che va dritto al cuore, e il risveglio, cose minuscole ma sorprenden­ti, è la scoperta di un mondo che viene al mondo, «opera dal vero», l’unico momento della vita in cui ci sentiamo dio, forse siamo davvero dio.

Sono versi molto intimi, dolci, scritti come una lettera privata, perché chi legge questo prezioso libro è come se spiasse un po’ dal buco della serratura questo inspiegabi­le nascere di creature «da non esistere a essere un bambino».

 ?? ??

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy