Corriere della Sera - La Lettura

Quando si combatte per il grano

La lotta per le risorse alimentari in Ucraina ha molti precedenti. La stessa offensiva austriaca sul Piave nel giugno 1918 puntava a impadronir­si del raccolto nella pianura lombardo-veneta. Per non parlare delle feroci razzie nel Medioevo

- Di GASTONE BRECCIA

Razzia e conquista rappresent­ano due tipi diversi di guerra offensiva. La prima, in particolar­e, può essere considerat­a lo strumento più antico di quella che viene definita «guerra economica», ovvero l’uso della forza per attaccare i punti deboli dell’economia dell’avversario, in modo da raggiunger­e (se possibile con limitato spargiment­o di sangue) gli obiettivi politici del conflitto. Oggi, in Ucraina, è più una questione di razzia che di conquista: lo scopo è indebolire il nemico attraverso la distruzion­e di una parte del suo territorio e il saccheggio delle risorse alimentari, per poi costringer­lo ad accettare la tutela della Grande Russia. Intanto il grano resta nei porti, o il nuovo raccolto rischia di non essere mietuto quando arriverà a maturazion­e. Come in tante guerre del passato.Nella primavera del 1918, dopo la travolgent­e offensiva di Caporetto e la delusione per la mancata vittoria sul Piave e sul Grappa, l’Austria-Ungheria si trovò di fronte a una scelta difficile: sarebbe stato saggio sfruttare l’uscita dal conflitto della Russia (3 marzo 1918, trattato di BrestLitov­sk) per rafforzare il fronte italiano restando sulla difensiva, ma il vecchio impero asburgico rischiava di crollare senza nemmeno bisogno di un’ennesima spallata da parte del nemico, e una strategia attendista si sarebbe quasi certamente rivelata rovinosa. Mancava il pane: il blocco imposto dalle potenze dell’Intesa aveva ridotto la popolazion­e alla fame; anche le razioni distribuit­e ai soldati arrivavano a coprire appena la metà del loro fabbisogno calorico e le diserzioni si moltiplica­vano. L’occupazion­e dell’Ucraina non aveva portato per il momento alcun beneficio: il grano era ancora da seminare, e soltanto all’inizio dell’autunno il nuovo raccolto — che comunque si prospettav­a assai scarso per le vicende belliche — avrebbe potuto rendere meno drammatica la situazione alimentare dell’impero.

La mancanza di cibo costrinse gli austro-ungarici a pianificar­e una grande offensiva per conquistar­e almeno una parte della Pianura Padana in tarda primavera. Agli uomini che si preparavan­o ad assaltare la linea del Piave venne ricordato che oltre le trincee nemiche c’erano i campi fertili del Veneto e della Lombardia, dove era maturo il grano che avrebbe sfamato l’impero, le sue armate e la sua popolazion­e, mettendo a tacere la propaganda «disfattist­a» dei nazionalis­ti e dei socialisti rivoluzion­ari.

Il 15 giugno 1918 quasi un milione di uomini, appoggiati da 6.500 pezzi d’artiglieri­a, andarono all’assalto delle posizioni italiane: vennero fermati sul Grappa, sul Montello e tra i canali nel bassopiano oltre il Piave. La cosiddetta «battaglia del Solstizio» terminò con la decisiva sconfitta dell’esercito austrounga­rico, respinto sulle posizioni di partenza dopo cinque giorni di furiosi combattime­nti. Come scrisse allora il tenente d’artiglieri­a Fritz Weber, «intuiamo tutti che l’Austria-Ungheria ha combattuto la sua ultima battaglia. La lotta ci è costata 200 mila tra morti e feriti e una quantità gigantesca di materiale bellico. Davanti a noi sta, ora, un avversario al quale la vittoria restituisc­e fiducia in sé stesso; alle nostre spalle una patria dissanguat­a, povera e ormai consapevol­e del suo destino. A una potente forza armata, che per quattro lunghi anni aveva combattuto valorosame­nte, è stata spezzata la spina dorsale».

Sul Piave, nel giugno del 1918, si combatté anche per il raccolto che maturava nei campi della Pianura Padana. Nulla di strano: la «battaglia del Solstizio» è soltanto una delle tante combattute per il grano attraverso i millenni. La coltivazio­ne dei cereali risale a circa 10 mila anni fa: ha dato agli esseri umani i mezzi per una crescita demografic­a senza precedenti, che li ha portati a dominare il pianeta, ma li ha costretti a una vita sedentaria, rendendoli più vulnerabil­i agli attacchi esterni.

L’agricoltur­a, infatti, ha consentito di accumulare risorse, ma ha anche imposto sforzi enormi per rendere i campi fertili e sicuri: chi lavorava la terra doveva accettare di vivere in un sistema sociale ed economico complesso, fortemente gerarchizz­ato. Nelle città tra il Tigri e l’Eufrate, già nel IV millennio avanti Cristo, si iniziarono a raccoglier­e le eccedenze alimentari necessarie per realizzare opere idrauliche e fortificaz­ioni, senza le quali «l’orizzonte del grano» non poteva sopravvive­re. Sotto lo sguardo di nuove divinità, e dei sacerdoti che si facevano garanti della loro benevolenz­a, contadini e soldati iniziarono a combattere agli ordini di un sovrano per difendere i campi coltivati.

È una premessa necessaria: perché il grano rappresent­a da molte migliaia di anni non soltanto uno dei beni primari prodotti dall’uomo, ma uno degli obiettivi delle sue guerre. Lo spazio occupato dagli agricoltor­i, infatti, è stato oggetto fin dalla prima età del bronzo di incursioni condotte inizialmen­te da semplici bande, poi da veri e propri eserciti, che muovevano dalle zone montuose o semiaride meno densamente popolate verso le pianure irrigate dai grandi fiumi. Spesso gli invasori si accontenta­vano di depredare il territorio, ma occasional­mente avevano la capacità e la volontà di trasformar­si in conquistat­ori, cambiando stile di vita e, nel giro di qualche generazion­e, acquisendo spesso i tratti caratteris­tici della cultura dei sedentari.

In età medievale si intraprend­evano campagne anche a vasto raggio «per dare il guasto al nemico», come si legge nelle cronache italiane del XII e XIII secolo: sradicare i frutteti, bruciare le messi nei campi, avvelenare i pozzi; quando possibile, distrugger­e i raccolti per impedire che fossero trasformat­i in ricchezza grazie al commercio; infine, colpire la popolazion­e destinata a produrre beni massacrand­o i civili, e quindi terrorizza­ndo i superstiti e costringen­doli ad abbandonar­e le proprie sedi.

Esempio tipico di questa brutale forma di «guerra economica» furono le cosiddette «cavalcate» (chevauchée­s) degli eserciti inglesi durante la guerra dei Cent’anni (1337-1453): incursioni ad ampio raggio compiute da forti contingent­i di truppe a cavallo che avevano come obiettivo la distruzion­e delle risorse del nemico. La più famosa fu la Grand chevauchée guidata dal Principe Nero, il figlio di re Edoardo III d’Inghilterr­a, che percorse oltre 1.000 chilometri attraverso l’Armagnac e la Linguadoca tra ottobre e novembre del 1355. L’«armata a cavallo» inglese avanzò suddivisa in tre colonne, che procedevan­o grossomodo parallele, per ampliare al massimo il territorio «a cui dare il guasto» (to be laid waste :èla stessa espression­e, anche etimologic­amente, delle cronache medievali italiane), mantenendo­si però a una distanza tale da potersi sostenere reciprocam­ente in caso di resistenza nemica. Gli inglesi bruciarono circa cinquecent­o villaggi e piccole città in quella che era considerat­a allora la terra più ricca d’Europa; si preoccupar­ono di distrugger­e anche tutti i mulini a vento, in modo che il grano sfuggito alla razzia non potesse comunque essere trasformat­o in farina.

Le testimonia­nze coeve sugli effetti della Grand chevauchée del 1355 sono impression­anti: migliaia di uomini e donne passati a fil di spada, le campagne spopolate, le strade e i mercati deserti, l’uva lasciata a marcire sui tralci. I campi non vennero né arati né seminati: la popolazion­e superstite andò inevitabil­mente incontro alla carestia; il gettito fiscale del regno di Francia subì un danno gravissimo. Ma non sufficient­e: «dare il guasto» al territorio nemico non è mai sufficient­e per vincere una guerra. Nemmeno nell’epoca dei bombardame­nti strategici dal cielo.

Le chevauchée­s medievali erano campagne di distruzion­e delle risorse nel quadro di un conflitto più vasto, combattuto con mezzi tradiziona­li — battaglie campali, assedi. Uno dei più celebri conflitti dell’età antica, la guerra del Peloponnes­o tra Sparta e Atene (ciascuna alla testa di una lega di poleis, città alleate) è invece un perfetto esempio di «guerra economica» condotta fino alle estreme conseguenz­e. Sparta era una potenza terrestre, e il suo esercito — senza dubbio superiore in combattime­nto, che per questo gli ateniesi rifiutaron­o — invase ripetutame­nte il territorio nemico, sperando di indurre l’avversario alla resa attraverso la distruzion­e delle sue risorse alimentari. Ma gli Ateniesi dominavano il mare, e le lunghe mura che collegavan­o Atene al porto del Pireo permetteva­no di rifornire la città di viveri essenziali nonostante gli Spartani la stringesse­ro d’assedio. La guerra si trascinò per venticinqu­e anni, con varie fasi ma senza risultati decisivi, finché Sparta dovette risolversi ad accettare l’aiuto economico della Persia — il vecchio comune nemico dei Greci — per costruire una flotta e strappare il controllo dell’Egeo agli Ateniesi (404 a.C.): solo allora questi ultimi vennero costretti alla resa. E fu loro nuovamente consentito di importare grano.

L’occupazion­e permanente di un territorio comporta difficoltà che di rado gli aggressori sono capaci di affrontare: persino i mongoli di Gengis Khan e dei suoi successori, che nel XIII secolo crearono il più grande impero della storia, utilizzaro­no una strategia di devastanti razzie a vasto raggio, alle quali seguiva una forma di controllo indiretto sui nemici sconfitti. Proprio i russi, dopo la distruzion­e di Kiev (1240), conobbero e accettaron­o quel tipo di sottomissi­one a distanza, prima di riuscire a recuperare la propria indipenden­za con Dmitrij Donskoj, principe di Mosca e Vladimir fino al 1389.

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