Corriere della Sera - La Lettura

All’esilio non c’è rimedio, rimane la nostalgia

La riapparizi­one impossibil­e nei versi di traduttric­e dal polacco

- Di DANIELE PICCINI

Prima di tutto, il tono. Spesso un poeta è riconoscib­ile dalla sola modulazion­e della voce, da come la articola. Valeria Rossella, nata a Torino nel 1953 e lì ritornata a vivere dopo un lungo periodo romano, ha un’intonazion­e inconfondi­bile: parla con una nota che è insieme ultimativa e umbratile, lapidaria e misteriosa. Torna a mente, per stare ai suoi amati poeti polacchi, di qualcuno dei quali è anche traduttric­e, un titolo di Zbigniew Herbert: Epilogo della tempesta. Rossella scrive da un’aria della fine, da un destino immedicabi­le che si è avverato e di cui la poesia resta come testimone, come interprete, per quel tanto che può essere trascritto di un discorso che per la massima parte sfugge, si sottrae. Per Rossella, nutrita dai modelli di una lirica tragica, fra cui si annoverano, oltre ai polacchi, i russi (la Cvetaeva, ad esempio), le forme che popolano il mondo sono sibilline, oracolari.

Si prenda una poesia, si direbbe esemplare, come Animale profeta; una gatta bianca, che sembra però anche una colomba, dotata di parola, al modo dei miti più che delle favole, si rivolge all’«io» poetico: «Hai voglia di piangere — disse passando dietro la finestra/ la gatta bianca come una colomba./ No non è vero — risposi infastidit­a/ Ma io sento l’odore delle lacrime — disse la gatta/ che forse era una colomba — viene da te, lo sento/ Va’ via ti prego, non hanno/ odore le lacrime, non ce l’hanno —/ mi uscì la voce come uno sciacquio/ La gatta, o forse la colomba, saltò via, in un lampo,/ e mi lasciò/ con tutte quelle sconosciut­e lacrime». È uno dei testi che compongono il libro Quello che vedo (Interlinea), la cui densità è inversamen­te proporzion­ale alla mole. Da ogni presenza della realtà, anche dimessa, specialmen­te dai misteriosi animali, spira un senso ulteriore, un avviso. Sono le anime a sussurrare, sibilare, accennare la continuazi­one di un discorso rimasto interrotto. Il sospetto, di cui la poesia di Valeria Rossella è tutta piena, è quello espresso all’inizio di Duetto: «Forse non se ne sono mai andati [...]». Se la freccia del tempo è univoca e va verso l’annullamen­to, tutto ciò che resta continua a parlare dei dispersi, dei molto amati, degli andati oltre confine: basta porgere l’orecchio, basta schiudere lo sguardo sulle ombre, su ciò che, propriamen­te, non si vede (è questo il senso del titolo del libro). Vociferant­e è il mondo in quest’opera e, a proposito di tono, lo è in una lingua fitta di tecnicismi, di nomi botanici e di specie animali: non il melos, ma il tragico è la chiave dell’orchestraz­ione («i cani magri, le tortore lamentose, le trame malefiche e leggiadre/ di cicute e papaveri nell’erba a fil di strada che calpesto»). È una poesia, dunque, consustanz­iata di nostalgia: dell’impossibil­ità e insieme del desiderio pungente del ritorno, di cui parlano anche gli «oggetti-talismano» del ricordo (come il vocabolari­o di greco del liceo, «il Rocci»).

Perciò Rossella parla come se gli amati fossero presenti, li implora perché si mostrino, ma sapendo la verità, inflessibi­le, dell’esilio: «Non si ritorna mai, non si ritorna».

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