Corriere della Sera - La Lettura

Il falso nipote di Hitler

Tra Berlino e il Sud Italia, tra contempora­neità e passato: Carlo D’Amicis esplora le ossessioni

- Di ERMANNO PACCAGNINI

Il viaggio di Carlo D’Amicis nel mondo delle ossessioni legate a mitologie totalizzan­ti ripropone in quest’ultimo romanzo, La regola del bonsai, quella figura di pianificat­ore già presente nel precedente romanzo Il gioco

(cui si lega per molti altri aspetti, anche solo per la presenza di un padre putativo e un padre inseminato­re), ma secondo quella regola, qui applicata con rigore, «che il mondo vada plasmato secondo le forme a noi congeniali».

A dettare i passi di chi vuole gestire un destino altrui a proprio favore è Rudolf Wimmer, che si rivelerà alla fine «un soggetto fondamenta­lmente psicopatic­o» e vendicativ­o; la vittima è il figlio Werner Wolf. Il romanzo si sviluppa su due piani temporali, dove la vicenda attuale (2020-2021) ha come elemento che la determina ciò che è accaduto in un lontano passato. Di qui la struttura del romanzo diviso in una prima parte ambientata a Berlino e una seconda nel Sud Italia degli ulivi mangiati dalla xylella, con protagonis­ta io narrante Werner. A fare da contrappun­to, tipografic­asai» in corsivo, c’è il filo rosso sotteso a tutta la vicenda, a partire dal 1936, quando Hitler impone alla sorella Paula di cambiare il suo cognome in Wolf, e dove si fa sempre più centrale la figura di Rudolf, rigoroso applicator­e della «regola del boncon la moglie Klara, che egli riesce a far credere figlia di Hitler ed Eva data in affido alla sorella Paula. Un «cinquanten­nale business» per Rudolf che sfrutta proprio il mito del Führer, costringen­do Klara a tagliuzzar­si le braccia, per servire quel suo «sangue denso, di un rosso scarlatto» in calici per vecchi ricchi nostalgici ansiosi «di abbeverars­i al sangue della storia». Questo non gli riesce però con Werner, con cui vorrebbe sostituire Klara quando lei decide di farla finita; non prima però di aver fatto sapere a un Werner ormai cinquantan­ovenne di essere figlio non dell’impotente Rudolf, ma d’un giovane cameriere italiano, detto il Mago per la sua abilità di borseggiat­ore.

Werner dall’età di otto anni vive nell’ossessione dell’ingombrant­e presenza di Hitler come nonno, tanto da andarsene a vivere come un barbone nella No Land berlinese, trovandosi «bene tra gli scarti». Lì conosce l’italiano Memo, che sogna un rimente

torno a casa dove la moglie Maria sta per dargli una figlia, Anna. Werner, affetto da «ipersensib­ilità prossemica», cerca in ogni modo di allontanar­e Memo; decidendos­i infine, anche perché perseguita­to dall’ebreo «Danny Grunberg, logorroico agente di spettacolo deciso a trasformar­lo in un fenomeno da baraccone, convinto che la memoria sia il vero business del nostro tempo», a seguirlo su un camion rubato, entrambi senza patente, in un viaggio per stradine di campagna. In questo Sud il romanzo assume una differente dimensione, grazie alla quattordic­enne Anna, orfana, sbarazzina, senza regole, incarnazio­ne della libertà e della gioia di vivere, di chi prova che è «meglio guardare avanti» anziché al passato .

Anna mostra di conoscere parecchio del passato di Werner, che, a questo punto libero dal pensiero di essere «il nipote del più infame criminale della storia», pensa a rintraccia­re il Mago, suo padre biologico. Un passaggio narrativo questo un po’ in sospeso, così come l’incidente con il camion e la scomparsa di Memo al momento dell’arrivo in

Italia, tanto da darmi l’impression­e d’una narrazione onirica. Ciò che non è, anche se l’arrivo nella «terra dei maghi» si traduce in una narrazione nella quale reale e immaginari­o si intersecan­o di continuo, dando vita a un’atmosfera che il risvolto di copertina definisce «soprannatu­rale». Passato e presente si sovrappong­ono proprio per il sovrappors­i di figure e nomi (Memo, Maria, Anna, Omero) di ieri e di oggi, un passaggio narrativo che mi lascia comunque dubbioso. Non però la successiva gestione del racconto, dove la consueta abilità narrativa di D’Amicis, specie in situazioni complesse, si deposita in una lingua insieme mossa ed elegante nel calibrare toni e sfumature e in figure a tutto tondo.

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Dalla mostraToky­o revisited (a cura di Hou Hanru e Elena Motisi) fino al 16 ottobre al Maxxi di Roma. A fianco: Daido Moriyama (1983), Pretty Woman (2012). Sotto: Daido Moriyama, Provoke (1969), courtesy Akio Nagasawa Gallery. Nella pagina accanto: Shomei Tomatsu (19302012), Chindon Street Musician (1961), © Shomei Tomatsu/ Interface
Le immagini Dalla mostraToky­o revisited (a cura di Hou Hanru e Elena Motisi) fino al 16 ottobre al Maxxi di Roma. A fianco: Daido Moriyama (1983), Pretty Woman (2012). Sotto: Daido Moriyama, Provoke (1969), courtesy Akio Nagasawa Gallery. Nella pagina accanto: Shomei Tomatsu (19302012), Chindon Street Musician (1961), © Shomei Tomatsu/ Interface
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CARLO D’AMICIS La regola del bonsai Mondadori Pagine 290, € 19,50
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