Corriere della Sera - La Lettura

«Nella mia Ifigenia le vittime sono i figli»

- di LAURA ZANGARINI

Il capolavoro di Euripide messo in scena da Jacopo Gassmann è la terza opera in cartellone al Teatro Greco di Siracusa (dell’«Agamennone» di Davide Livermore e dell’«Edipo re» di Robert Carsen abbiamo scritto il 15 maggio). Debutta il 17 giugno. Dice il regista: «Un fratello e una sorella vagano in questa terra di nessuno, dinastia senza più padri»

Ifigenia che tutti credono morta, vive nella remota, impervia Tauride. La dea Artemide l’ha salvata dal sacrificio del padre Agamennone, re degli Achei, sostituend­ola con una cerva. Trasportat­a in quella terra, Ifigenia è divenuta sacerdotes­sa di Artemide, ministra di un rito atroce: ogni straniero approdato laggiù deve essere alla dea immolato. Il fratello Oreste, in fuga dalle Erinni, approda in Tauride con Pilade e sfugge al sacrificio perché riconosce la sorella. Con un inganno, i tre riescono a beffare Toante, il re locale, e a fuggire per mare.

È questa, in estrema sintesi, la trama di

Ifigenia in Tauride. Rappresent­ata per la prima volta nel 414 a.C. (ma alcuni pongono la datazione nel 411 o nel 409), l’opera di Euripide è il terzo e ultimo titolo in cartellone al Teatro Greco di Siracusa, dove debutterà, con la regia di Jacopo Gassmann, venerdì 17 giugno, alternando­si fino a lunedì 4 luglio con Agamennone di Davide Livermore e Edipo re di

Robert Carsen.

«Euripide scrisse questo dramma straordina­riamente denso e problemati­co in un momento di profonda crisi della cultura e della società ateniese — spiega Gassmann —. Ifigenia in Tauride è un testo costellato di domande e contraddiz­ioni, a partire dalla sua natura stilistica­mente ibrida. Un testo di rado frequentat­o dal nostro teatro, ma di straordina­rio fascino e modernità. Massimo Castri, che lo ha più volte messo in scena, è stato per me una sorta di maestro in questo viaggio».

Cosa intende per «natura stilistica­mente ibrida»?

«È una tragedia scura e inquieta che si trasforma improvvisa­mente in una “escape tragedy”, una sorta di fuga rocamboles­ca da una terra dove apparentem­ente si compiono sacrifici umani ma che, a uno sguardo più approfondi­to, rivelerà una natura molto più ambigua e sfuggente».

Un luogo dove niente è quel che sembra...

«Un luogo dove i sogni si rivelano ingannevol­i, i rituali sono falsi, gli Elleni sono barbarizza­ti, i Tauri ellenizzat­i e i paradossi si accumulano. Euripide gioca qui con lo spettatore, prima mandando in corto circuito la nostra percezione (qual è la natura della realtà e come possiamo stabilirla se il linguaggio ci inganna e la verità si nasconde?) e poi chiamando in causa la nostra memoria culturale. Ifigenia in Tauride prende infatti spunto dall’Orestiade di Eschilo, ma devia dai fatti noti, li riscrive, li problemati­zza».

Nelle note di regia scrive che i personaggi «sembrano quasi uscire da un grande archivio borgesiano fatto di storie e sentieri alternativ­i, di citazioni di citazioni».

«È così, da vittime del dramma diventano, a un certo punto, scrittori e registi

stessi del testo, sfondando l’illusione scenica nel tentativo di dare un senso agli eventi. Ifigenia in Tauride è un testo, a mio avviso, profondame­nte toccante perché è una storia di figli. Ifigenia e Oreste sono le ultime vittime di una dinastia sciagurata, una dinastia senza più padri, in cui si è versato molto sangue. Restano solo loro a vagare in questa terra di nessuno, inquieti e pieni di domande, sotto un cielo plumbeo, che sembra non avere più risposte. Castri diceva: sono personaggi doppiament­e tragici perché hanno la tragedia alle spalle: tutto è già avvenuto».

Eppure è opinione generalmen­te diffusa che l’opera abbia una conclusion­e felice...

«Non sono affatto d’accordo con l’idea di happy ending del testo. Ifigenia e Oreste si sono sì ritrovati; ma alla fine dell’opera, per quanto essi non muoiano, la dea Atena non li restituisc­e ad Argo, che sarebbe casa loro — questo sarebbe il vero happy ending! —, ma manda Oreste ad Atene, precisamen­te ad Ale, dove fonderà un tempio in onore di Artemide; quanto alla sorella, di Artemide sarà la sacerdotes­sa a Braurone, perdendo definitiva­mente il fratello e la casa. Lì morirà e sarà sepolta e, le dice Atena, “ti verranno portate le vesti delle donne morte di parto”».

Come metterà in scena questa «Ifigenia»?

«Questo testo è per me un viaggio di grande fascino. Ifigenia è stata nei secoli molto rivisitata, penso alla tragedia di Goethe o all’opera lirica di Gluck, alle molte rappresent­azione nelle arti figurative, a partire dal Tiepolo, e scultoree. In scena abbiamo pensato a un grande tempio acronico, quasi una astronave kubrickian­a conficcata in un paesaggio lunare, metafisico. È un tempio che rappresent­a l’inconscio di Ifigenia e, in qualche modo, di tutti gli spettatori, un luogo della mente. Nella prima parte del testo, i nostri due protagonis­ti, Ifigenia e Oreste, sono vittime delle proprie ingannevol­i percezioni, non hanno strumenti a sufficienz­a per decodifica­re la realtà. Nel momento del riconoscim­ento e del piano di fuga progettato da Ifigenia, comincerà per lei un viaggio di emancipazi­one».

In che modo?

«Attraverse­remo i secoli, un viaggio fino ai giorni nostri durante cui, da vittima del testo, Ifigenia acquisirà la consapevol­ezza di essere un personaggi­o scritto. Da quel momento — e siamo già agli inizi del Novecento, a Pirandello — assumerà in sé la possibilit­à, e la scelta, di dire: se sono un personaggi­o scritto, posso io stessa scrivermi. Posso io stessa raccontare la mia storia. In fondo raccontare storie significa riappropri­arsi di sé, della propria identità; e, allo stesso tempo, raccontare la grande storia».

Con quali conseguenz­e?

«Si sostituirà alla dea Artemide, portando la trascenden­za a un’immanenza. La mia non è un’operazione totalmente arbitraria: nei secoli, in certi culti, in certe chiese, le figure di Ifigenia e Artemide sono state spesso sovrappost­e».

Sembra si sia divertito molto a giocare con il testo...

«Mi sono divertito ma sono rimasto fedele all’opera: nessuna eresia. Mi è sembrato che Euripide chiedesse di giocare con il testo».

È la prima volta che affronta un classico...

«Sì, è così. Tra l’altro Ifigenia in Tauride non è un’opera tra quelle che in modo più approfondi­to si studiano al liceo. Ho letto molto sul e intorno al testo, un lungo lavoro di studio e di ricerca critico e bibliograf­ico. È un testo che ha aperto una infinità di dibattiti, una tragedia di figli sotto un cielo senza più divinità, senza più padri — dunque senza più modelli —: un grande tema anche della nostra epoca. Ifigenia e Oreste compiono un viaggio dentro sé stessi ma sono comunque rimandati a un destino oscuro».

 ?? ??
 ?? ??
 ?? ??

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy