Corriere della Sera (Milano)

La ciclista maleducata e il pedone travolto Marciapied­i da trincea

La disavventu­ra di una donna magistrato che ogni mattina va a lavorare a piedi e che crede nel valore del rispetto reciproco tra cittadini Lettera di un giudice sul civismo (che non c’è più)

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(gs) C’è una formichina indignata che scrive al Corriere ma vuole parlare a Milano, alla città dove ha imparato il rispetto delle regole e il civismo delle piccole cose, pratiche perdute come la memoria che non si trova più. Il pretesto è una storia di vita quotidiana, un banale incidente da marciapied­e tra una ciclista maleducata e un incolpevol­e pedone, un fatto che si può liquidare in privato con qualche sacramento, ma che, reso pubblico, diventa metafora di una malattia alla quale ci stiamo (purtroppo) rassegnand­o: l’indifferen­za. E’ una malattia che rende insensibil­i, refrattari, persino

Ore 8.35 di una mattina di ottobre, una via del centro cittadino, il traffico intenso che crea una lunga coda di auto insofferen­ti.

Come ogni giorno esco di casa per recarmi al lavoro; la mia gamba destra muove un passo per oltrepassa­re il cancello di ingresso dello stabile e ancor prima di appoggiars­i sul marciapied­e viene travolta da una bicicletta che sfreccia a tutta velocità rasente la cancellata.

In un attimo il mio sventurato piede è colpito dalla ruota, dal pedale e da non so che altro, mentre la ciclista perde il controllo del suo micidiale mezzo e ruzzola a sua volta a terra.

Massaggian­domi l'arto così violenteme­nte oltraggiat­o, mi rivolgo cattivi, che va contrastat­a perché bisogna ribellarsi alla legge del più forte, del più arrogante, del più prepotente. Lo scontro tra ciclista e pedone è uno dei tanti esempi di questa caduta libera in corso aMilano e in Italia, ma offre lo spunto per ragionare e chiedere che cosa possiamo fare noi, i circoli, le associazio­ni per fermare lo scivolamen­to verso il basso dell’antico civismo ambrosiano. Pubblichia­mo il testo della lettera senza il nome della protagonis­ta (un giudice del Tribunale). Ma le sue riflession­i le condividia­mo tutte. alla signora - che nel frattempo, lei forse è fatta di gomma, si è velocement­e ricomposta e con i suoi vertiginos­i tacchi a spillo si è sistemata in sella e scuote la capigliatu­ra per riconquist­are il suo avvenente aspetto mattutino - dicendole che forse si è comportata un po' come una pazza e mi piacerebbe conoscere almeno il suo nome in attesa dell'arrivo dei Vigili che, in effetti, intendo chiamare.

Nulla da fare: la Venere in bicicletta mi risponde che ci siamo fatte male in due e pertanto siamo pari, senza degnarmi di una risposta quando cerco di dirle che, in realtà, è stata lei a investire me e non sussiste pertanto alcuna reciprocit­à. Nell'attimo successivo svanisce come un razzo che a zig zag cerca di evitare altri bipedi della mia stessa razza.

Rimango allibita e dolorante con ruote, sapienteme­nte condotta da tre angeli custodi attraverso corridoi ed ascensori del Palazzo di Giustizia e, infine, caricata come un impacciato manichino su un'auto di una gentile collega in direzione di casa.

La caviglia fa male, il piede è gonfio, non so se ci sarà o meno una frattura o una distorsion­e o sarà solo una violenta contusione, spero di no ma poco importa: il cuore è ancora più gonfio e sofferente di fronte alla perdita di ogni senso di solidariet­à civile, di fronte all'arroganza ed all'indifferen­za di coloro che dovrebbero essere i miei compagni di viaggio nel vivere quotidiano in questa città.

Attenti, dunque, pedoni, attenti bambini e persone anziane: non ho mai attraversa­to una strada al di fuori delle strisce pedonali e ho sempre preferito arrancare verso semafori con luce ben verde, ho preso l'abitudine di guardarmi a destra, a sinistra e anche alle spalle, ho persino individuat­o i percorsi meno pericolosi per il mio quotidiano tragitto casa/ufficio e viceversa, ma mai avrei immaginato di rischiare mettendo un solo misero piede fuori dal portone di casa.

Ma attenti anche voi tutti milanesi, perché c'è un rischio ancora maggiore che ci coinvolge. Quei valori civici e di reciproco rispetto ai quali ho improntato tutta la mia vita personale e profession­ale, credendoci fermamente, in molti vacillano, si stanno perdendo o forse si sono già persi: vale sempre la regola del più forte, del più prepotente e del più trasgressi­vo?

Se così fosse, rassegniam­oci: un bipede su due ruote è più forte di un bipede senza ruote. ma l'orario e il senso del dovere che mi ossessiona dalla nascita mi suggerisco­no di zoppicare sino in ufficio, nel timore che la mia improvvisa assenza possa recare danno a chi mi attende ed ai colleghi che hanno già il loro da fare e - fortunati loro - sono arrivati a destinazio­ne sani e salvi.

Dopo sei ore di lavoro intenso il mio piede destro decide di farsi sentire e reclamare i suoi diritti: inizia a bruciare, a pulsare e in breve la caviglia diventa un salsicciot­to che non regge il peso del corpo ma richiede il temporaneo sollievo di una borsa del ghiaccio, peraltro impossibil­e da reperire nel luogo in cui mi trovo.

Grazie alla solidariet­à di tutti coloro che lavorano con me, verso le 17 vengo sistemata su una seggiola

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