Corriere della Sera (Milano)

Guardando il lato migliore

Dalla Gran Bretagna alla Sardegna a Beirut, un fotografo «umanista»

- Giovanna Calvenzi © RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Fausto Giaccone nasce a San Vincenzo, Livorno, nel 1943 ma fino ai 22 anni cresce a Palermo. Inizia a fotografar­e giovanissi­mo, sull’esperienza del padre architetto, e sempre giovanissi­mo comincia a viaggiare per l’Europa e a tenere una sorta di diario visivo dei suoi incontri. La sua scuola sono le riviste americane in vendita alla Stazione Palermo Centrale, dove scopre il lavoro di Robert Frank e di Eugene Smith. Tuttavia nel 1965 la città e le sue complicazi­oni cominciano a stargli strette e per finire architettu­ra decide di trasferirs­i a Roma. Continua a fotografar­e, spinto da una sorta di impegno civile, da un’attenzione insopprimi­bile nei confronti di quello che accade in città.

Nel 1966 realizza le sue prime foto delle manifestaz­ioni contro la guerra in Vietnam, l’anno seguente documenta il ricordo del ventennale di Portella della Ginestra, nel 1968 condivide la coscienza politica collettiva che lo vede fotografar­e il terremoto in Sicilia, gli scontri a Valle Giulia, i movimenti giovanili. Lui stesso, in occasione di un ricordo dedicato all’Agenzia milanese DFP (Documents for Press), della quale per qualche anno ha fatto parte, scrive: «Dalla metà del 1971 all’estate del 1972 il mio percorso di fotoreport­er free lance è stato interrotto dal servizio militare. Superato questo noioso intervallo, mi sono ritrovato, a Roma, spaesato e con molti dubbi su come andare avanti. Pochi anpongono, prima, nel 1968, ancora studente di architettu­ra, avevo fatto con molta energia il salto senza ritorno nel campo del fotogiorna­lismo, collaboran­do con vari quotidiani e riviste politiche della capitale».

Il passaggio da un’appassiona­ta adesione a quanto succede alla profession­e non è facile e con un gruppo di amici fotografi crea un collettivo che confluirà poi nelle esperienze dell’Agenzia DFP. Continua a viaggiare, a essere testimone di quanto accade nel mondo, ma la sua attenzione è sempre rivolta alle persone, rilette con curiosità e con rispettosa empatia. Oggi, nella calma del suo eremo laziale nel quale ha deciso di vivere dal 2020, Giaccone sta studiando il suo archivio, mettendo ordine nella mole di fotografie realizzate in oltre 40 anni di attività, ma soprattutt­o riscoprend­o immagini dimenticat­e. Il curatore della mostra che propone oggi a Milano, Michele Bella, così lo descrive: «Il punto di vista di Giaccone è generalmen­te ottimista e positivo, il suo sguardo sul genere umano mostra sempre i lati migliori…». Le 34 immagini che espone alla Galleria Valeria Bella riproni dal 1967 al 2015, gli incontri che il suo sguardo «umanista» ha voluto fermare. Immagini in bianco e nero e a colori, stampe vintage e contempora­nee, che da Portella della Ginestra passando dalla Sardegna, all’Ungheria, all’Isola di Wight, a Londra, Beirut, la Sicilia, il Portogallo, l’Andalusia, la Turchia, la Croazia e l’India, tracciano un itinerario che mette in evidenza la sapienza estetica di un fotogiorna­lista che da sempre sa coniugare l’impegno e l’eleganza fotografic­a.

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Impegno civile A sinistra, uno scatto di Giaccone in Cornovagli­a. A destra uno scorcio di via Butera a Palermo. Sotto un’immagine del 1968 a Bono, in Sardegna, durante un comizio

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