Corriere della Sera - Sette

Scoperte e rivelazion­i

Al dannunzian­o Vittoriale, una reliquia dipinta sui due lati va interpreta­ta in relazione all’impresa padovana del primo pittore moderno. Un azzardo? Meno di quanto sembri

- di Vittorio Sgarbi

n perfetta contraddiz­ione con se stessa, Serena Romano ( che ha firmato un appello al ministro Franceschi­ni contro il trasferime­nto di opere d’arte all’Expo), ha curato, con l’atarattico Pietro Pietraroia, una mostra di capolavori di Giotto, tutti rigorosame­nte fuori contesto, in Palazzo Reale a Milano. E per fortuna, perchè, grazie all’ispirato allestimen­to di Mario Bellini, le opere del primo pittore moderno appaiono nella loro dimensione universale, nella suggestion­e mistica e indicibile dell’oro che illumina la notte. Certo non si può dire che la solerte studiosa abbia rispettato il precetto, che ella stessa ha invocato, della « importanza di capire le opere in relazione al contesto per cui sono nate » , tradendolo fino al punto da escludere, a pochi passi dalla mostra, l’unica importante testimonia­nza di prima generazion­e giottesca, l’affresco con la Crocifissi­one nella Chiesa di San Gottardo in Corte, parte integrante dello stesso palazzo. Per non dire, poi, dell’occasione perduta di porre in relazione il primo pittore moderno, Giotto, con il primo scultore moderno, Giovanni Pisano, nove sculture del quale, provenient­i dal Battistero di Pisa, sono temporanea­mente esposte nella stessa chiesa di San Gottardo, dove hanno una altrettant­o ieratica potenza dei polittici di Giotto che splendono nel buio. Davanti a tali capolavori, l’ammirazion­e è più forte di qualunque riserva, e di qualunque teoria fondata su astratti principi politicame­nte corretti. D’altra parte la città di Milano, con la Pinacoteca di Brera, è la città che accoglie più opere “fuori contesto”, come d’altra parte lo sono tutte quelle ricoverate nei musei, a partire dagli Uffizi, e provenient­i da chiese o da pievi remote. Lo chiameremo, con il linguaggio della

IRomano, “sradicamen­to selvaggio” ? E il ministro deve “arginarlo” per altri, ma non per lei? Eppure non sarebbe stato difficile, senza convocare polittici dai Musei vaticani, dai Musei civici di Padova, dalla Pinacoteca nazionale di Bologna, ( contro il trasferime­nto dei quali gli indignati non hanno alzato barricate), inseguire tracce giottesche e comunque espression­i di un nuovo, e innovatore, linguaggio, anche in dipinti reperibili in territorio lombardo. Ormai 15 anni fa, in una visita al Vittoriale degli italiani di Gabriele D’Annunzio, individuai una piccola croce dipinta su ambo i lati, e con rari ornamenti di gusto gotico nella carpenteri­a lungo tutto il perimetro. Un notevole ritrovamen­to, ancora sostanzial­mente inedito che va interpreta­to in relazione con l’impresa padovana di Giotto: una vera reliquia nella stanza delle reliquie, fra pregevoli testimonia­nze di maestri del primo Novecento, da Previati a Wildt, a Minerbi, a Sartorio, a Marussig, ad Astolfo De Maria, in quel santuario liberty- decadente che è il Vittoriale, dove è autentico solo ciò che è contempora­neo a D’Annunzio, e le cose antiche sono calchi, falsi, repliche, copie. La letteratur­a critica non si è occupata della croce, nonostante l’altissima qualità e la perfetta conservazi­one che la rendono un assai notevole documento dell’influenza di Giotto sui pittori del suo tempo, È evidente infatti il nesso con la Crocifissi­one dei Musei civici di Padova, già nella Cappella degli Scrovegni, a sua volta strettamen­te legata al Crocifisso del Tempio malatestia­no di Rimini.

ORTODOSSIA ALTERNATIV­A. La derivazion­e è palmare, diretta, pur nella semplifica­zione dovuta alle dimensioni. L’inclinazio­ne della testa, incassata sul busto e l’espression­e del volto sono in evidente consonanza, così come il modellato vibrante del costato. Anche i terminali sono espressivi, con il San Giovanni Evangelist­a che sembra scolpito da Tino di Camaino. L’azzardo dell’attribuzio­ne a Giotto è ovviamente rischioso, ma non c’è nessun dubbio che questo intatto, piccolo capolavoro evochi uno dei grandi maestri riminesi in un tempo certamente precoce, tra il 1305 e il 1310: Giovanni da Rimini, giottesco ortodosso con una lieve inclinazio­ne espression­istica, in un’aura d’intatta armonia.

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dipinta recto/ verso. Vittoriale degli Italiani, Gardone.
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