Era qua­si un mo­nar­ca e non tol­le­ra­va sba­gli

Corriere della Sera - Sette - - Quelli Dello Scalone Di Via Solferino 28 - DI LO­REN­ZO VI­GA­NÒ

Fu il leg­gen­da­rio di­ret­to­re del Cor­rie­re del­la Se­ra e ten­ne a lun­go te­sta al Du­ce. Lui­gi Al­ber­ti­ni ri­ma­se al­la gui­da del no­stro quo­ti­dia­no per 25 an­ni, col­ti­van­do le mi­glio­ri fir­me e mol­ti­pli­can­do le ven­di­te. Ec­co la pri­ma par­te del suo ri­trat­to (ov­via­men­te ad ope­ra di un cor­rie­ri­sta) RAC­CON­TA ET­TO­RE JANNI,

l’edi­to­ria­li­sta pre­di­let­to che do­po la ca­du­ta del fa­sci­smo (dal lu­glio al set­tem­bre ’43) oc­cu­pò la pol­tro­na di Lui­gi Al­ber­ti­ni al­la te­sta del Cor­rie­re del­la Se­ra: «Lo si ve­de­va ar­ri­va­re a mat­ti­no avan­za­to col suo pas­so so­do che pa­re­va quel­lo d’un cam­mi­na­to­re in al­tu­ra, un po’ cur­vo di spal­le, la de­stra ap­pog­gia­ta al ba­sto­ne che al­lo­ra fa­ce­va par­te, co­me l’abi­to di fat­tu­ra so­bria­men­te ele­gan­te, del gu­sto bri­tan­ni­co. So­sta­va as­sai di ra­do nel cor­ri­do­io e spa­ri­va di­fi­la­to die­tro la por­ta ve­tra­ta del­la sua stan­za». Rac­con­ta Cor­ra­do Al­va­ro che nei due an­ni in cui la­vo­rò co­me re­dat­to­re sot­to la sua di­re­zio­ne (dall’esta­te 1919 all’ini­zio del 1921), non lo in­con­trò mai di per­so­na, con­fe­ren­do con lui so­lo per te­le­fo­no o per let­te­ra: «Fre­quen­ta­to­re di qua­si tut­ta la bri­ga­ta fio­ri­ta a Mi­la­no tra Boi­to e Gia­co­sa, è sta­to nel suo giornale un ve­ro e pro­prio pa­dro­ne, coi suoi se­gre­ti di fab­bri­ca­zio­ne e le esi­gen­ze d’un ca­po di in­du­stria. Fin dal pri­mo gior­no Lui­gi Al­ber­ti­ni (1871/1941). Nel 1900 di­ven­tò di­ret­to­re del Cor­rie­re del­la Se­ra, di cui, in pre­ce­den­za, ave­va ac­qui­sta­to le quo­te del­la so­cie­tà

di la­vo­ro al Cor­rie­re è un eser­ci­zio di adat­ta­men­to e di sot­to­mis­sio­ne. Oc­cor­re che il sog­get­to sia sa­tu­ro dell’at­mo­sfe­ra del giornale pri­ma di po­ter muo­ve­re qual­che pas­so. Tut­to il suo in­ge­gno è af­fi­na­to ai bi­so­gni del giornale e so­lo a quel­li cui si de­ve de­di­ca­re in­te­ra­men­te. Ri­cor­do che fui col­pi­to dall’at­ten­zio­ne con cui i po­te­ri cen­tra­li era­no in­for­ma­ti dell’at­ti­vi­tà dei re­dat­to­ri e per­fi­no del lo­ro umo­re».

RAC­CON­TA INDRO MONTANELLI

che con lui non la­vo­rò mai, ma lo in­con­trò po­chi me­si pri­ma che mo­ris­se, dan­do co­sì un cor­po a un fan­ta­sma che, di­ce­va, lo ave­va per­se­gui­ta­to da quan­do, po­co più che ra­gaz­zo, era en­tra­to in via Solferino:

«La sua om­bra

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