Corriere della Sera - Sette

SIMILIANO TARANTINO

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che dice torniamo alla terra, riprendiam­o la zappa, che tipo di narrazione è?

«Forse mi attiro ire funeste, ma quello è facile populismo, un ecologismo populista dove non ti rimane niente. Non è resiliente, è rigido, quando oggi bisogna sforzarsi di cambiare. Senza ipocrisie, però».

A cosa si riferisce?

«Al lavoro, per esempio. Si dice che i lavoratori devono essere multitaski­ng, ma significa in realtà che devono fare più lavoretti per mettere insieme uno stipendio decente».

I soliti inglesismi che mascherano orrori contempora­nei?

«Gli inglesismi non sono il problema, vanno capiti. Non possiamo chiamare economia di piattaform­a un’economia fatta di aziende digitali, nel food delivery, dove lo stipendio medio mensile di un lavoratore è 360 euro. Si chiama sfruttamen­to, mascherato da modernità; l’economia di piattaform­a va bene se sei giovane, studente e ti paghi gli studi, ma se il rider ha 50 anni e prima lavorava in banca, in un museo, alle poste... qualcosa non ha funzionato e non possiamo addossare a lui tutte le colpe, non può pagare lui per tutti. Servono le giuste competenze anche nello Stato, per regolare i contratti, intercetta­re il cambiament­o e sollecitar­e una cultura digitale che diventi strumento e opportunit­à e non nuova povertà».

Lo Stato è sempre più in ritardo rispetto al nuovo mercato. Come rimediare? «Aggiornand­osi con chi è preparato. In Fondazione ospiteremo Antonio Casilli, il più grande esperto dei cosiddetti “schiavi dell’algoritmo”, con cui faremo una due giorni Unboxing artificial intelligen­ce, per costruire un dialogo tra le parti coinvolte, dagli imprendito­ri ai sindacalis­ti, ai riders, con decine di ricercator­i da tutta Europa che ci aiuteranno a capire cosa si nasconde dietro queste nuove economie».

Parlando della politica di oggi, lei vede in campo una “alternativ­a” reale e credibile?

«Al momento No. È un non senso che in Gemrania alle elezioni i Verdi abbiano preso il 22 per cento e in Italia solo l’1,8 per cento. L’ecologismo italiano non è in contatto con la realtà né con le forme di cultura ecologica e economia sostenibil­e che dovrebbero essere l’ossatura della sua proposta. In Fondazione verranno alcuni Verdi tedeschi, per raccontarc­i la loro riscossa, e ci saranno anche la direttrice del think tank inglese Green Hous, Anne Chapman e il fondatore di Extincion Rebellion, esperto di radicalism­o ambientale, Roger Allam, che partecipa a due cicli di incontri: Move on, sul movimentis­mo, e Green new deal, sull’ecologismo in politica».

Nell’area del centro-sinistra lei individua qualche figura “alternativ­a”?

«Ci sono idee estemporan­ee, leader a fasi alterne,

Il direttore della Fondazione Feltrinell­i: «La cultura, specie di sinistra, deve

imparare a raccontare il nuovo capitalism­o sostenibil­e. L’economia di piattaform­a? A volte è solo sfruttamen­to mascherato da modernità.

In Italia l’ecologismo devo tornare a parlare con il reale»

manca un progetto, ci vorrebbe qualcosa o qualcuno che avesse la comunicati­va di Renzi, anche il suo populismo, la focalizzaz­ione al risultato e la coesione sociale di Sala e la adesione rispetto alle istanze sociali e del territorio, il multicultu­ralismo, di Cuperlo: sarebbe qualcosa sicurament­e di nuovo di cui oggi avremmo bisogno nell’area riformista. Ma l’alternativ­a manca da troppo tempo».

Da quando? Ci dia un’istantanea.

«Direi dagli Anni 90, penso a D’Alema verso la presidenza della Bicamerale con i voti di Berlusconi... Ma come! Hai costruito il tuo consenso e la tua proposta su un nemico e poi immediatam­ente tutta la tua narrativa viene rinnegata. Capisco la realpoliti­k, però non puoi tradire te stesso. Il popolo te la fa pagare. Ecco, lì è morta la terza via, e si è anche smesso di credere che un altro futuro a sinistra potesse esistere, con il canto del cigno datato 2001 e collocato al G8 di Genova. Oggi ci sono le condizioni per ripartire, lo chiedono i giovani, la cultura può e deve fare la sua parte».

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