Corriere della Sera - Sette

FU MAESTRO NEI VIAGGI D’AUTORE

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In questo articolo del 1951 per il Corriere, Guido Piovene parla di America, ma il suo successo letterario passa soprattutt­o dal nostro Paese. Di famiglia nobile vicentina, Piovene si laureò in Lettere all’Università Statale di Milano. Ha avuto tre compagne, Marise Ferro (poi moglie di Carlo Bo), Flora Volpini e Mimy Pavia (sopra). Nel 1926 l’esordio da giornalist­a. Nel 1931, la prima raccolta di racconti ne La vedova allegra, stampato dai Fratelli Buratti. Solo 10 anni dopo scriverà la sua seconda opera Lettere di una Novizia. Saranno i reportage a dargli la fama definitiva e a caratteriz­zare la sua produzione con De America (1953) e Viaggio in Italia (1957). ton. Qui vivono migliaia di “lobbisti” profession­ali, forniti soprattutt­o dagli studi legali e, secondaria­mente, dalle agenzie pubblicita­rie e dagli ambienti giornalist­ici; spesso conviene al giornalist­a che è penetrato “nell’ambiente” tramutarsi in “lobbista” per conto d’interessi estranei. Lo stesso avviene intorno alle Camere degli Stati, ai municipi, alle polizie, ai tribunali, con forza crescente via via che gli interessi diventano più locali. Vi è una lobby minuta di individui che godono poca stima sociale, e vi è una lobby altolocata dai cospicui guadagni.

La lobby è bersaglio di critiche, anzitutto perché agisce in parte al coperto e in segreto. Prendo ad esempio un libro sinistregg­iante, uscito nell’immediato anteguerra, The pressure boys (potremmo tradurre: Gli uomini-torchio) di Kenneth G. Crawford. Una lobby sistematic­a usa troppo spesso di armi come la corruzione, l’intimidazi­one, il ricatto, e alleva uomini politici allo stipendio di interessi privati. Alcuni uomini politici, e l’ho visto in California, non curano nemmeno di nascondere i loro guadagni irregolari, che ad essi sembrano leciti o inevitabil­i. Vero che la lobby convoglia molti interessi contrastan­ti, conferendo alle Camere il noto e caratteris­tico aspetto di raccolta di portavoce d’interessi diversi; ma convoglia di più gli interessi dei più potenti, capaci di profondere ingenti somme nelle pressioni organizzat­e. Il sistema così favorisce il dominio di quelli che stanno al vertice, non tanto uomini politici quanto uomini d’affari che non vanno mai a Washington, e professano il loro disprezzo per la politica. La lobby ha pesato contro il New Deal, contro le applicazio­ni della legge anti trust.

Tutte le volte che il Governo accenna ad intervenir­e limitando la libera concorrenz­a e il laissez faire caro ai grandi interessi, la lobby si mobilita strillando alla libertà conculcata alla “tradizione” in pericolo, alla “irreggimen­tazione” ; il Governo è tacciato di azione “non americana” e, secondo le circostanz­e, fascista o comunistic­a. Una lobby abile e potente, manovrando le leghe, i pulpiti ed i giornali, fa piovere sulle Camere decine di migliaia di lettere, telegrammi, petizioni, telefonate. Un senatore, non degli ultimi, ma non abbastanza forte né anziano per isolarsi, si lagnava con me di essere tanto tempestato di telefonate e di lettere che non gli restava il tempo né di informarsi sui progetti di legge né di accordarsi coi colleghi. «E devo rispondere a tutti, – mi confessava ingenuamen­te, – se non voglio perdere il posto». E poiché le unioni operaie, piuttosto deboli alla base ma con direzioni potenti, hanno una voce nella lobby, lo Stato americano ha parecchi scorci di confuso e larvato Stato corporativ­o.

Ma la condanna sommaria della lobby è ingiusta. Coi suoi difetti essa funziona, e la democrazia resiste. La grande maggioranz­a degli americani accetta il sistema, che corrispond­e all’indole del Paese, col necessario correttivo di proteste e denunce. La lobby non si può distrugger­e, ma contenere quando oltrepassa il segno; la vita americana procede per crisi e per correzione di eccessi. Grazie ad essa l’opinione pubblica non prende tinte piazzaiole, e in America non si scorge nemmeno un segno di “repubblica popolare” in potenza: tutto tende a convergere in una borghesia dai molti strati. La lobby sostituisc­e la piazza, ed è una piazza più filtrata, più silenziosa, più borghese, meno immediata e meno fisica. Credere che la lobby dei grandi interessi (le 40 persone della inchiesta) sia onnipotent­e e governi l’America, è un vezzo dell’americano medio, al quale piace vedere la

Le tendenze socialiste faranno col “sistema” compromess­i

imprevedib­ili ma non lo potranno distrugger­e

scena del mondo come un duello teatrale di pezzi grossi; ma la sua credenza è sbagliata. Surrogato parziale della piazza e dei movimenti di massa, la lobby è forte ma non è onnipotent­e. La forza che governa l’America va ricercata altrove, ed è molto più astratta.

Abbiamo già detto più volte che gli americani sono uniformati e vincolati da un “credo”, quasi una serie di principi morali unificanti: giustizia, libertà, eguaglianz­a, progresso. Sono principi per i quali l’America ammira se stessa; principi attivi, che lavorano in superficie e nel segreto, con incoerenza e con lacune. Di qui provengono le vere ondate di fondo, e le inclinazio­ni fatali della società americana. Quest’insieme di principi astratti ha una densità quasi fisica, palese a chi viaggia in America; opera sempre, come il cuore; quasi a insaputa dell’America stessa, predomina sulle altre forze e decide ogni evento, comprese la pace e la guerra.

L’America è governata dal “credo” americano, ragione della sua unità: questa è la nostra semplice conclusion­e. Non sempre gli eventi lo mostrano nel loro corso giornalier­o, ma lo mostrano sempre le rivoluzion­i finali.

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