Corriere della Sera

Mezzo secolo e più di cento morti La faida (senza ragioni) di Orune SCIA DI SANGUE

Nuoro, il primo delitto nel 1951, l’ultimo domenica. Ignoti i motivi

- DAL NOSTRO INVIATO Alberto Pinna

NUORO — Cento e più tombe, lapidi con brevi epigrafi, parole asciutte e secche come proiettili: se potessero dire di più, si saprebbe tutto dei morti ammazzati di una faida che si perde a memoria d’uomo. Ma Orune non è Spoon River, la gente non parla neanche morta e la catena di vendette — anche domenica due assassinat­i, i fratelli Serafino e Nicola Chessa, 30 anni o poco più— andrà avanti per chissà quanti anni ancora.

Nessuno sa come nasce una faida in Barbagia: il furto di un gregge, un testimone che ha visto ciò che non doveva, un bicchiere di troppo, vecchie ruggini fra lontani parenti, un insulto a denti stretti o sempliceme­nte uno sguardo male interpreta­to. Un pretesto basta a far scattare un codice non scritto ma da millenni inciso nella coscienza della comunità.

Serafino e Nicola Chessa, allevatori, fedina penale immacolata, all’imbrunire avevano appena finito di mungere le pecore. Sono stati aggrediti da dietro un muretto a secco, una grandinata di pallottole, Serafino fulminato, Nicola inseguito e finito con un colpo alla testa. Anche il padre Gianpietro era scampato a un’imboscata. Unica colpa: essere cugini dei quattro fratelli Chessa, uccisi fra il 1977 e il 1997.

Decine di morti ammazzati, sempre con gli stessi cognomi: Chessa, Moni, Deiana, Monni e altri, congiunti o famiglie amiche. Risalendo fino agli anni 50 se ne contano 110. E chi sa tace.

Salvatore Chessa, pastore, ucciso da tre incappucci­ati. E’ il lontanissi­mo 1951, un’informativ­a dei carabinier­i raccogliev­a una voce: qualcuno dei suoi ha dato rifugio a un rapito riuscito a liberarsi. Un «affronto» per i banditi subito vendicato. Il primo delitto «ufficiale» della faida è del 1965: fucilate contro Ignazio Chessa, nipote di Salvatore; il suo corpo è abbandonat­o accanto alla chiesa. Sette anni dopo nuovo agguato, un altro Chessa, Giampietro, crivellato di colpi.

Non hanno scampo neanche i bambini. Notte di Capo- danno, 1977: Maria Teresa Moni, 12 anni, apre la porta di casa al padre. I proiettili sono per lui, ma falciano la figliolett­a. E’ la svolta, si scatenano feroci ritorsioni: due fratelli Deiana si rifugiano in un paese della provincia di Sassari,

9 anni dopo sono rintraccia­ti e uccisi. Così per i 4 fratelli Chessa: nel 1987 trucidato Antonio; Peppino Carmelo, a suo tempo arrestato per l’omicidio della piccola Maria Teresa e poi rilasciato, scampa all’agguato, ma un gruppo di fuoco implaca- bile 10 anni dopo esegue la sentenza del codice barbaricin­o: con lui è abbattuto anche Gianfranco. I Chessa, una famiglia sterminata; due soli fratelli scampati alla faida, perché sono sacerdoti.

Ancora vendette, inutili gli appelli alla tregua, le «mediazioni» degli anziani, i tentativi della Chiesa: a Orune si ricorda una sola pacificazi­one, ma correva l’anno 1887. Uno degli ultimi a cadere, Pasquale Monni— autunno 2005— andava via da una festa nuziale sulla sua auto. Quattro colpi di pistola alla gola.

Delitti quasi tutti senza colpevoli: nessuno parla o quasi. Pasquale Coccone e Amerigo Zori (forse niente a che fare con la faida) uccisi al bar, aprile 2004, una sventaglia­ta di mitra. La fidanzatin­a di Coccone, Pina Paola Monni, 22 anni, va a testimonia­re e indica: sono loro gli assassini. Uno confessa e motiva: «Loro avevano ferito il cavallo del mio amico». Pina è isolata dal paese, pochi saluti, molto disprezzo, minacce. Lei e la sua fami- glia sono costretti a fuggire da Orune, sotto protezione dello Stato, e cambiar nome. «Gli orunesi mi fanno venire il mal di stomaco, perché da una briga si arriva a tirare fuori il coltello; l’altro risponde con la pistola e fra loro pensano: chi muore muore, chi campa campa. Vorrei che il mio paese diventasse più civile, ma a Orune resta sempre tutto uguale». E’ l’ultimo tema della piccola Maria Teresa Moni, titolo: il tuo paese, come è cambiato, come vorresti che fosse.

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