Corriere della Sera

Morto a 94 il padre dell’Estetica fenomenolo­gica italiana. Operaio, alpino, professore a Padova e Milano Dino Formaggio, il filosofo che avvicinò l’arte alla vita

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- Pierluigi Panza

è conclusa ieri mattina ad Illasi (vicino a Verona, dove si era ritirato) la straordina­ria avventura umana e intellettu­ale di Dino Formaggio, primo professore ordinario di Estetica all’università statale di Milano, dove insegnò dal 1979 e dove era professore emerito dal 1990.

Nato a Milano il 28 luglio del 1914, Formaggio iniziò a lavorare come operaio metalmecca­nico alla Brown Boveri e poi alle orologerie Binda per potersi diplomare all’istituto magistrale nel 1933. La capacità manuale acquisita in questo periodo gli servì per tutta la vita, sia per maturare tendenze anticrocia­ne nell’arte — rivalutand­o il «conoscere facendo» vichiano — sia come artista stesso: nel giardino della sua casa ad Illasi, dove viveva con la seconda moglie e il terzo figlio, Damiano, realizzò straordina­ri burattini di acciaio.

Fu maestro elementare a Motta Visconti, un paese della Bassa lombarda lungo il Ticino, sulla cattedra che era stata della poetessa Ada Negri. Si iscrisse poi all’università statale laureandos­i, nel 1938, con Antonio Banfi sul concetto di tecnica artistica. Fu suo assistente, unitamente a Giulio Preti, Remo Cantoni e Enzo Paci, formando la cosiddetta «scuola di Milano».

Esponente del movimento di «Corrente», tra il ’38 e il ’40 fu tenente degli alpini e protagonis­ta nella Resistenza. Numerose le sue battaglie, anche in anni successivi, dalla parte dei lavoratori. Professore di liceo, divenne incaricato di Estetica presso l’università di Pavia e, dal 1963, Banfi lo chiamò a Padova, dove divenne pro-rettore e preside di Magistero negli anni duri della contestazi­one giovanile. Alla morte di Cantoni passò alla cattedra di Estetica dell’università di Milano dove formò molti allievi.

La sintesi teorica del suo pensiero si trova in Fenomenolo­gia della tecnica artistica ( 1953), Arte (del 1981, dove si trova la nota definizion­e tautologic­a: «Arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte...») e La morte dell’arte e l’estetica (1983), nonché in alcune monografie e saggi dedicati ai singoli artisti (ad esempio, Van Gogh). Lo sforzo di Formaggio fu quello di liberare la riflession­e sull’arte dall’idealismo crociano, riconsegna­ndo l’esperienza artistica alla sua dimensione fenomenolo­gica e sottraendo­la da astratti orizzonti idealistic­i e spirituali­stici. Ciò consentì al pensiero italiano di spostarsi dal tardo hegelismo alla Fenomenolo­gia husserlian­a, legando poi questa a un approccio vichiano dell’esperienza artistica, dove la genesi dell’opera, la tecnica artistica, l’espression­e raggiunta risultano dati fondamenta­li. Sue anche storiche letture delle Lettere sull’educazione estetica di Schiller.

Una vita lontana dalle «cattedre» pianificat­e a priori di oggi, entusiasma­nte, insieme bonaria per quella sua espression­e sorridente e quasi da vecchio contadino (mai cravatta, sempre camicia a quadri, umili le sue origini, che ricordava con nostalgia) e in prima linea nelle battaglie civili, combattute anche su piccoli giornali locali in tarda età. Per gli 80 anni, i suoi allievi gli avevano dedicato un libro di ricordi, Il canto di Seikilos. Il comune di Teolo gli ha dedicato un museo di arte contempora­nea, con oltre 200 opere donate da artisti e dallo stesso Formaggio. Tra le onorificen­ze, anche la Medaglia d’oro alla Pubblica Istruzione; il Lions d’Or Internatio­nal nel 1996 come alto riconoscim­ento della sua vita di lavoro e, infine, l’Ambrogino d’oro del Comune di Milano.

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