Corriere della Sera

Quando i clandestin­i erano italiani: il passato rimosso come una colpa

L’emigrazion­e del dopoguerra verso l’Europa: gli irregolari erano il 90 per cento

- GIAN ANTONIO STELLA

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Quando gli emigranti eravamo noi, non tanto tempo fa, il comune di Giaglione, in Val di Susa, arrivò a chiedere aiuto alla prefettura di Torino «non avendo più risorse per dare sepoltura ai clandestin­i che morivano nell’impresa disperata di valicare le Alpi». Ogni notte, scriveva il «Bollettino quindicina­le dell’emigrazion­e» nel 1948, passavano da lì in Francia, illegalmen­te, «molto più di cento emigranti».

Erano in tanti, a lasciarci la pelle. «Due o tre al mese, almeno» dice il rapporto di un agente del Sim, soltanto su quelle montagne dalle quali si scendeva verso Modane. Al punto che il sindaco di Bardonecch­ia, Mauro Amprimo, fu costretto ad affiggere un manifesto per invitare le guide alpine (gli «scafisti» della montagna) a essere meno ciniche: «Anche se compiono azione contraria alla legge, sappiano almeno compierla obbedendo a una legge del cuore (...) scegliendo altresì condizioni di clima che non siano proibitive e non abbandonan­do i disgraziat­i emigranti a metà percorso».

È uscito un libro, su quella nostra disperata epopea. Si intitola Il cammino della speranza (come il film di Pietro Germi a quella «assistita» che «prevedeva il reclutamen­to degli emigranti da parte degli Stati d’esodo e di destinazio­ne mediante accordo bilaterale» e radunava quanti volevano andarsene (aspirazion­e che per un sondaggio Doxa del 1952 animava perfino il 56% dei giovani lombardi) nei centri di smistament­o dove c’era «la selezione medica e profession­ale», c’era infatti l’«altra» emigrazion­e: illegale. Ed erano soprattutt­o lombardi, veneti, piemontesi, friulani.

Certo, ci sono un mucchio di differenze tra l’emigrazion­e di allora e di oggi. Il mondo intero era diverso. Al punto che Charles de Gaulle, che amava come nessun altro la Francia ma sapeva quanto avessero contato nella storia patria il ligure Léon Gambetta, il piemontese Paul Cézanne (Paolo Cesana) o il veneto Emile Zola, si spinse a incoraggia­re l’immigrazio­ne «al fine di mettere al mondo i 12 milioni di bei bambini di cui necessita la Francia in 10 anni».

Chiudeva un occhio, Parigi, in certi anni, sui clandestin­i. Come lo chiudevano i governi tedeschi, belgi... Perché, certo, le ripetute sanatorie urtavano l’Italia che cercava, attraverso gli accordi, di arginare lo sfruttamen­to dei suoi emigranti. Ma l’economia reale badava al sodo e, spiega Rinauro, l’immigrazio­ne illegale era «il meccanismo di elasticità che permetteva alla rigida politica ufficiale dell’immigrazio­ne di adeguarsi a qualunque congiuntur­a». Pochi esempi? In Germania «nel 1959 entrarono mediante la selezione ufficiale 24.000 lavoratori italiani a fronte di 25.000 emigranti "spontanei"». In Lussemburg­o si inserirono illegalmen­te oltre un quarto degli immigrati tricolori del 1958. Il Belgio era pieno di italiani clandestin­i espatriati «per il 50%» dalla Francia. E perfino la Svizzera, stando a un rapporto del ministero del Lavoro del 1954, era così permeabile che i «reclutamen­ti irregolari da parte delle ditte elvetiche» erano «il più alto contingent­e del movimento migratorio italiano per la Svizzera». Ma come: più irregolari che regolari? Sì. «Consideran­do che tra il ’46 e il ’61 la media delle entrate annue degli italiani ufficialme­nte registrate si aggirava sulle 75.000 — scrive Rinauro — si può avere un’idea sia pure imprecisa della grande entità dell’afflusso illegale». Ma a gelare il sangue sono i dati francesi: «Del campione degli italiani giunti dal ’45 nella regione parigina intervista­ti nel 1951-52 dalla famosa inchiesta dell’Institut national d’études démographi­ques sull’immigrazio­ne italiana e polacca in Francia, ben l’80% era entrato senza contratto di lavoro, cioè clandestin­amente o da "turista"». Per non dire di chi lavorava nell’agricoltur­a. «Secondo il direttore della Manodopera straniera del ministero del Lavoro, Alfred Rosier, alla fine del 1948 dei 15.000 italiani presenti nel dipartimen­to agricolo del Gers, ben il 95% era irregolare o clandestin­o». Quanto ai familiari, «emigrò illegalmen­te» addirittur­a «il 90%». Solcando le Alpi, ad esempio, al di là della Val d’Isère fino a Bourg-Saint-Maurice dove nel settembre 1946 «ne arrivavano mediamente 300 al giorno, ma toccarono addirittur­a le 526 unità in una sola giornata».

Abbiamo dimenticat­o tutto, rimosso tutto. Anche quelle copertine della Domenica che raccontava­no le tragedie di chi non ce l’aveva fatta.

Come una donna che «sorpresa dalla tempesta di neve vide il suo bambino spirarle tra le braccia, proseguì per qualche tratto e infine cadde esausta con l’altro figlio: i tre corpi furono trovati due giorni dopo».

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La controcope­rtina della «Domenica del Corriere» del 26 dicembre 1946 Tre illustri emigrati in Francia: dall’alto Léon Gambetta, Emile Zola e Paul Cézanne
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