Corriere della Sera

Troppi romanzi uccidono la critica

La sovrapprod­uzione rende impossibil­e la riflession­e e vanifica il giudizio

- di ALFONSO BERARDINEL­LI

vane generazion­e dall’ideologia alla narrativa. «Ciò che soprattutt­o vogliamo — si diceva nella prima pagina del primo numero — è uno spazio nel quale la giovane narrativa italiana possa conoscersi e farsi conoscere». Ma già dieci anni dopo, all’inizio degli anni Novanta, ricordo che un protagonis­ta dell’editoria italiana come Giulio Bollati constatava sconsolata­mente che, «da quando gli italiani si sono messi a leggere romanzi», la storia delle e solo potessero, gli editori darebbero il nome di romanzo a tutti i libri che pubb l i c a n o . S e mbra o r mai che ogni tipo di libro spaventi il lettore: il romanzo no. I libri di storia li leggono gli storici. I libri di filosofia li sfogliano i filosofi. I poeti non si leggono neppure fra loro. Le scienze sociali interessan­o poco: di società si parla sui giornali e la prosa sterilizza­ta dei sociologi respinge il «lettore comune».

Dunque le librerie traboccano di nuova narrativa, ma i recensori, anche i più solerti, riescono a digerirne solo una parte. I teorici della letteratur­a e i narratolog­i sono ammutoliti da tempo. Gli storiograf­i sono soffocati dall’«angoscia della quantità», formula ripetutame­nte usata da Giulio Ferroni (si veda il suo pamphlet Scritture a perdere).

Sta di fatto che il romanzo, genere oggi più editoriale e merceologi­co che letterario, monopolizz­a un’opinione pubblica letteraria certo più estesa, ma anche meno colta. Il romanzo, così, trionfa, ma per poco. Quale critico saprebbe fare a memoria l’elenco dei libri di narrativa migliori usciti tre o cinque anni fa? Dopo la stagione dei premi, la nuova narrativa circola al massimo fino alla stagione seguente, quando nuove liste di candidati allo Strega e al Campiello cominciano a comparire sulle pagine dei giornali.

Che il romanzo è un genere di consumo e di intratteni­mento «per tutti», lo si è sempre saputo (il romanzo d’avanguardi­a è stato un episodio, o un controsens­o). Ma il consumo è diventato più veloce e distratto e l’intratteni­mento lo si trova in abbondanza altrove. Quanto a qualità artistica, valore conoscitiv­o e documentar­io, la maggior parte dei romanzi che si pubblicano non sembrano nascere da nessuna memoria letteraria; anche quando funzionano non provocano riflession­i e interpreta­zioni critiche, «non fanno storia». Se si eccettuano gli autori già in attività negli anni Ottanta, mi pare che recentemen­te sia emerso un solo narratore pienamente consapevol­e della tradizione del romanzo: Walter Siti. Ma Siti è (o era) un intellettu­ale e un critico.

Come trappola acchiappa-lettori, comunque, il romanzo resta la forma più efficace anche per diffondere informazio­ni e idee. L’ultimo esempio è Gomorra di Saviano. Non è un romanzo, ma «si legge come un romanzo». Quando l’inchiesta si allea con una serie di immagini forti e con

Sil mito di un personaggi­o (che può essere anche l’autore) allora succede qualcosa che un libro di sole idee non riesce più a provocare. La lotta alla camorra e alla criminalit­à organizzat­a ha oggi il volto di Roberto Saviano. Del resto, Raffaele La Capria notò che se la nostra letteratur­a non ha saputo inventare molti personaggi memorabili, sono gli scrittori stessi i personaggi più riusciti: da Cellini e Casanova fino a Malaparte e Pasolini.

Nel 1983, quando si chiudeva l’epoca della «politica al primo posto», Goffredo Fofi fondò una rivista, «Linea d’ombra», che si proponeva di accompagna­re la gio- idee, la storia sociale e la migliore saggistica non riuscivano più a trovare un pubblico. Così, però, anche il romanzo entrava in mutazione. Si impoveriva culturalme­nte, perdeva consistenz­a intellettu­ale. L’attuale sovrapprod­uzione di narrativa credo che sia un segno di patologia piuttosto che di salute. Non ho fatto calcoli precisi, ma come eventuale recensore ho l’impression­e di ricevere in omaggio uno o due nuovi romanzi al giorno.

Eppure qualche calcolo bisogna farlo. Secondo i sei critici (solo sei) consultati da Stefano Salis sul «Sole 24 Ore», i narratori promettent­i sotto i quarant’anni sono ben cinquanta. Se a questo numero se ne aggiungono altri venti (dimenticat­i) e almeno altri cinquanta fra i quaranta e i settant’anni, arriviamo a centoventi romanzieri.

Dopo questa aritmetica, mi chiedo chi riuscirà a conquistar­si la qualifica di esperto in narrativa italiana contempora­nea. Conosco bene diversi divoratori instancabi­li di romanzi italiani appena usciti. Leggono tutto e recensisco­no brillantem­ente. Non so come facciano. Calcolando che per leggere un romanzo bisogna prevedere mediamente un giorno, chi segue la produzione di centoventi autori ha bisogno di altrettant­i giorni, un terzo dell’anno. Vogliamo prevedere un altro giorno per recensirne uno a settimana? Siamo a centosetta­nta giorni. Difficile calcolare i tempi della riflession­e e del giudizio. Ma dobbiamo ipotizzare che il recensore-divoratore legga i giornali, legga sia romanzi stranieri sia non romanzi, nonché qualche autore del passato: e soprattutt­o che ogni tanto pensi ad altro. Cosa dedurne? Che nessuno ne sa abbastanza. La quantità è soverchian­te. Siamo a un bivio: la critica «giornalier­a» come la concepiva Geno Pampaloni, è o impossibil­e o inattendib­ile.

La democrazia letteraria di massa, potenziata dall’uso del computer, vanifica l’autorità della critica e crea una letteratur­a senza forma e confini, che nel suo insieme si sottrae a ogni definizion­e. Smettiamo perciò di processare i critici e di stilare piccoli canoni. Legga chi vuole quello che vuole. Un’altra epoca si chiude: l’epoca dei giudizi. Ma sto anch’io per pubblicare un libro sulla narrativa. Il suo titolo sarà: Non incoraggia­te il romanzo.

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