Corriere della Sera

«Ho fatto i conti con mio padre»

Houellebec­q: nel nuovo romanzo la famiglia e la passione per l’arte contempora­nea

- STEFANO MONTEFIORI

PARIGI — Le proverbial­i, lunghissim­e pause si sono fatte più brevi, il sorriso è meno amaro, di sesso non si parla (la sigaretta, quella, non si tocca). Il Michel Houellebec­q che ci accoglie nei locali della casa editrice Flammarion in Place de l’Odéon, a Parigi, è uno scrittore diverso. Uno scrittore che ha appena ucciso se stesso, almeno nel nuovo La carta e il territorio (che uscirà in Italia da Bompiani il 29 settembre). È il libro del momento in Francia, primo in classifica e favorito per il premio Goncourt: la storia dell’ascesa sociale di un artista, del suo rapporto con il padre e i suoi silenzi, e anche il dipinto di una società, il bilancio doloroso di un mondo dove «l’amore... l’amore è raro», come Houellebec­q fa dire a un certo punto al suo amico Frédéric Beigbeder. Amato e odiato come una rockstar, Houellebec­q ha scritto il suo romanzo più complesso e maturo, forse il più riuscito. Non ci sono provocazio­ni, i tanti temi e registri — dal noir alle gioie di guidare auto tedesche, dal ruolo dell’arte al name-dropping, dall’ironia all’accettazio­ne della morte — sono tenuti insieme da una nuova, struggente malinconia.

Perché inserire Michel Houellebec­q nel romanzo?

«Non so, non è centrale, bizzarrame­nte. Volevo solo avere un buon personaggi­o secondario. Il protagonis­ta è un artista che vuole commission­are la prefazione del suo catalogo a uno scrittore famoso. Mi è venuto in mente me stesso» (due anni fa Houellebec­q ha scritto la prefazione al catalogo di Jeff Koons a Versailles, ndr). E ha visto che funzionava. «Sì. A titolo personale lo trovo interessan­te, ma non appassiona­nte. Perfetto per un ruolo di questo tipo».

Lei si dipinge come un misantropo depresso dedito ai salumi e al vino rosso. Si è divertito a farsi la caricatura da solo?

«Sì moltissimo, quei passaggi sulla mortadella... è stato un vero piacere giocarci sopra. È molto facile prendere la distanza da se stessi.

dal nostro corrispond­ente All’inizio del romanzo io e il mio personaggi­o siamo abbastanza simili, ma via via ci allontania­mo. Io ho un rapporto ragionevol­e con la mortadella e bevo un po’ meno vino del mio personaggi­o».

«La carta e il territorio» sviluppa il pessimismo dei romanzi precedenti ma il tono è diverso, c’è accettazio­ne. E più dolcezza.

«L’accettazio­ne è nuova in me. Gli ultimi pezzi di musica da camera di Franz Liszt, che cito nel romanzo, sono allo stesso tempo funebri e dolci. La fine di Liszt è molto bella: vecchio, rimasto solo (anche Wagner, che è più giovane di lui e aveva sposato sua figlia Cosima, è morto), Liszt continua a comporre, tutti se ne infischian­o perché pensano sia spazzatura, ma a lui non importa. Am Grabe Richard Wagners e Prière aux anges gardiens sono bra- ni magnifici. Ho voluto ispirarmi a quel tono».

Lei non parla più né di scenari apocalitti­ci, di clonazione e di raeliani come in «La possibilit­à di un’isola», né di luoghi esotici e sesso come in «Piattaform­a». Si concentra invece sul mondo parigino dell’arte contempora­nea e sulla campagna. È una novità piuttosto interessan­te.

«Un ribaltamen­to di prospettiv­a possibile grazie al fatto che sto sempre più lontano dalla Francia, vivo in Irlanda, e quindi comincio a rapportarm­i anch’io al mio Paese con lo spirito del turista. Ho attraversa­to la Francia in macchina e ho scelto un albergo di charme come avrebbe fatto un turista. Del resto la Francia ormai non ha molto altro da offrire».

Che cosa la affascina tanto dell’arte contempora­nea?

«So che se vado a una mostra con ogni probabilit­à sarò sorpreso. E questo è già qualcosa. Al cinema non capita così spesso».

È attratto dalla tecnologia e pure dalle istruzioni di una videocamer­a, che ha inserito nel racconto.

«Ho l’ambizione di potere utilizzare tutto, qualsiasi materiale. Per me leggere, più precisamen­te leggere in francese, è una droga. Quando ero bambino mi ricordo di avere letto dei cataloghi di sementi, pomodori, piante da giardino, solo perché non avevo nient’altro da leggere. Dunque ho voglia di integrare qualsiasi cosa, ma riprendere dei passaggi tali e quali non funziona quasi mai, da un punto di vista letterario. Solo Georges Perec ci riusciva. Sono sempre obbligato a rilavorare il materiale letterario ancora un po’».

Qual è il movente fondamenta­le di questo romanzo? Che cosa l’ha fatta cominciare a scrivere?

«La voglia di andare fino in fondo a una relazione padre-figlio. Che non è mai facile, neanche da scrivere. Nel libro ci sono un padre e suo figlio Jed, sembra che niente possa capitare di nuovo, tengono fede al loro incontro annuale, ma invece alla fine riescono a parlarsi. Il padre affronta finalmente il suicidio della madre».

Ha deciso di farne il cuore del romanzo per risolvere delle cose dentro di lei?

«L’idea di una sorta di fatalità genetica che prende il ruolo del destino è l’unica cosa che ho conservato dalla relazione reale. Ho sempre avuto paura di finire col commettere gli stessi errori di mio padre. E così accade nel romanzo, Jed finisce con l’avere nient’altro nella sua vita che il lavoro, proprio come suo padre».

Il personaggi­o Michel Houellebec­q viene massacrato per soldi. È una denuncia? Le cose importanti succedono per soldi?

«Mi è piaciuto più che altro descrivere la delusione del poliziotto, che davanti ai resti straziati di Houellebec­q si era immaginato un delitto fuori del comune, una follia religiosa, qualcosa di originale, o un’imitazione di Jackson Pollock fatta con il sangue, e invece niente di tutto questo. Quando sono andato al Quai des Orfèvres per documentar­mi, la prima cosa che ho imparato è che il 90 per cento dei crimini sono causati dai soldi e il 10 per cento dal sesso. Solo lo 0,0001 dipende da altri fattori. Un insegnamen­to chiaro».

Il successo di Jed Martin comincia rielaboran­do le carte Michelin. Le carte geografich­e sono di moda, da Google all’arte contempora­nea.

«Il mio interesse è di lunghissim­a data, è una delle cose più autentiche del libro. Le carte Michelin sono bellissime, senza pari al mondo, e continuano a migliorare, le ultime sono sublimi. Da bambino guardavo in continuazi­one le cartine geografich­e e cercavo di indovinare, a seconda della posizione della città, se la gente di quel villaggio fosse felice o no».

Pensa che la carta sia più bella del territorio? «Più bella non so, più interessan­te sì». È una metafora del rapporto tra arte e realtà?

«Sì, è una scelta estetica, rivendicat­a dall’artista. È un altro modo di dire che il romanzo è più interessan­te della vita». Lei lo pensa? «Sì. L’ho espresso in modo più brutale e negativo in Estensione del dominio della lotta, quando scrivo "Una vita intera a leggere avrebbe appagato i miei desideri". C’è anche un lato positivo: se la vita non va ci sono sempre i romanzi nei quali rifugiarsi».

Dipingere la società, alla Balzac, è sempre fondamenta­le per lei?

«Sì. Scrivo un romanzo ambientato in un Paese e in un’epoca, in una situazione sociale data, e questo deve apparire, ho bisogno di questo in un romanzo».

Il libro sta avendo prevalente­mente ottime recensioni. Ha paura di diventare amato dalla critica?

«Me ne farò una ragione... Ma le persone di cui temo davvero il giudizio sono quelle che hanno apprezzato i miei romanzi precedenti, ho paura che possano dire: "Ah, che delusione, non è più lo scrittore di prima"». Il premio Goncourt è importante? «Mi farebbe molto piacere vincerlo, naturalmen­te. Quando ero giovane leggevo soprattutt­o dei classici, in tascabili, e compravo il vincitore del Goncourt per tenermi al corrente, per sapere che si faceva in letteratur­a alla mia epoca. Gli sono affezionat­o. E poi fa vendere molto».

 ??  ??
 ??  ?? Jeff Koons, «Michael Jackson and Bubbles», in mostra a Versailles nel 2008, esposizion­e di cui Michel Houellebec­q ha curato il catalogo
Jeff Koons, «Michael Jackson and Bubbles», in mostra a Versailles nel 2008, esposizion­e di cui Michel Houellebec­q ha curato il catalogo
 ??  ??
 ??  ??

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy