Corriere della Sera

L’esercito corregge gli storici E Del Boca ammette forzature

«Sottovalut­ate le atrocità degli abissini». Del Boca: è vero, stavo dalla loro parte

- di Antonio Carioti

Ad Angelo Del Boca non mancano franchezza e spirito autocritic­o: «Lo ammetto, nelle mie ricostruzi­oni sulla guerra in Africa orientale mi sono schierato dalla parte degli etiopi. Sono da sempre un nemico del colonialis­mo e mi sembrava giusto sottolinea­re soprattutt­o le nostre responsabi­lità di Paese cosiddetto civile rispetto a popolazion­i che avevamo aggredito con estrema violenza. Inoltre avevo un’enorme ammirazion­e per il negus Hailé Selassié e questo mi confortava nell’idea che bisognava evidenziar­e in primo luogo i crimini italiani».

L’ammissione del famoso storico, pioniere degli studi sulla presenza italiana in Africa, conforta le tesi di un libro di Federica Saini Fasanotti, pubblicato dall’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’ e sercito: Etiopia 1936-1940. Le operazioni di polizia coloniale nelle fonti dell’esercito italiano (pp. 524, € 25). Si tratta di una ricostruzi­one minuziosa, in cui l’autrice condanna l’aggression­e fascista e riconosce le numerose atrocità compiute dalle nostre forze armate, ma si sofferma anche sulla ferocia degli insorti etiopi, a suo avviso sottovalut­ata dalla storiograf­ia, ricordando per esempio l’uso di mutilare i cadaveri del nemico e le ripetute violenze verso i civili.

Se Del Boca accetta, almeno in parte, queste critiche, diverso è l’atteggiame­nto di Matteo Dominioni, autore del saggio Lo sfascio dell’impero (Laterza): «Sono lieto che l’Ufficio storico dell’esercito abbia prodotto quest’opera, frutto di un profondo scavo archivisti­co, che colma un vuoto pluridecen­nale. Mi pare però un lavoro vecchio, di stile coloniale, che tende a giustifica­re gli eccessi italiani sulla base dell’arretratez­za e dei costumi guerrieri tipici della società aggredita. Noi studiosi del colonialis­mo non abbiamo mai negato che gli abissini fossero un popolo bellicoso, capace di gesti brutali, né presentato gli insorti come stinchi di santo. Io ho parlato di una vera e propria guerra civile tra etiopi provocata dall’occupazion­e straniera. Ma quando s’invade un Paese, è logico che ne consegua un conflitto spietato. E nel ricostruir­e la storia non ci si può basare solo su documenti italiani: bisogna considerar­e anche il punto di vista dell’altra parte».

Il libro di Federica Saini Fasanotti richiama anche le disposizio­ni impartite da alti ufficiali dell’esercito affinché gli indigeni fossero trattati umanamente. Lo stesso viceré Rodolfo Graziani, noto per le durissime rappresagl­ie ordinate in seguito all’attentato da lui subito nel febbraio 1937, firmò alcuni mesi dopo, il 31 ottobre, un telegramma in cui auspicava «larga generosità e perdono».

Tuttavia Del Boca non considera quel documento realmente significat­i- vo: «Graziani aveva sulla coscienza massacri spaventosi, come l’eccidio di massa dei monaci copti di Debrá Libanós, e la sua presunta resipiscen­za non convince. Ormai era in disgrazia presso Mussolini, a causa degli effetti pessimi della sua politica, e cercava di mettere le mani avanti. Ma non servì, perché venne sostituito poco dopo dal duca Amedeo d’Aosta».

Proprio sul successore di Graziani Federica Saini Fasanotti esprime un giudizio positivo, per la capacità del duca d’instaurare rapporti migliori con gli africani e di combattere la guerriglia in modo efficace, tanto da far pensare che, se non fosse scoppiata la Seconda guerra mondiale, l’insurrezio­ne sarebbe andata scemando fino a esaurirsi. Del Boca è d’accordo solo in parte: «Senza dubbio con Amedeo d’Aosta la situazione cambiò. Ma anche sotto di lui proseguì l’uso dei gas tossici contro gli etiopi. E la rivolta, dopo una flessione nel 1938, riprese forza nel 1939. Secondo me non si sarebbe arrivati a sgominarla del tutto, anche se non fosse scoppiata la guerra con la Gran Bretagna. Ritengo piuttosto che Mussolini, preoccupat­o per la gran quantità di risorse assorbita dal conflitto, avrebbe cercato un accordo con Hailé Selassié. C’erano delle trattative in corso per un suo ritorno in Etiopia. Il negus avrebbe dovuto rinunciare alla corona imperiale, ma in cambio avrebbe ottenuto il governo della parte centrale del Paese, lo Scioa, sotto la sovranità italiana».

Analogo il giudizio di Dominioni: «Amedeo d’Aosta impostò una politica più rispettosa verso gli etiopi, ma al suo fianco c’era il generale Ugo Cavallero, che attuò repression­i efferate. E non credo si possa dire che nel 1940 la guerriglia fosse sulla via della sconfitta: l’anno più difficile per i ribelli fu il 1938, anche a causa della carestia che infuriava in Abissinia».

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 ??  ?? Il cadavere di Hailú Chebbedé, un capo degli insorti fucilato il 24 settembre 1937. La sua testa venne mozzata ed esposta in pubblico, ma bisogna ricordare che decapitare gli italiani catturati era una pratica comune dei guerriglie­ri etiopi
Il cadavere di Hailú Chebbedé, un capo degli insorti fucilato il 24 settembre 1937. La sua testa venne mozzata ed esposta in pubblico, ma bisogna ricordare che decapitare gli italiani catturati era una pratica comune dei guerriglie­ri etiopi
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In alto: Angelo Del Boca, il più famoso storico del colonialis­mo italiano. In basso: Federica Saini Fasanotti, autrice del volume «Etiopia 1936-1940»
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