Corriere della Sera

Marchesi: «Quanto correvano i miei Maradona e Platini»

L’ex tecnico: «In allenament­o il Pibe dava i brividi»

- DAL NOSTRO INVIATO Alberto Costa

SESTO FIORENTINO — Un pianoforte, vecchi spartiti, la penombra di una stanza alle porte di Firenze. A 73 anni Rino Marchesi ha ritrovato uno degli amori giovanili dispersi lungo le strade della vita: la musica. Nel 1980-81, la stagione di riferiment­o del nostro amarcord calcistico, allenava a Napoli. Di Diego Armando Maradona, il Messia che sarebbe sbarcato a stravolger­e i sogni calcistici della città, nessuno, lui incluso, aveva ovviamente sentore. In quel campionato il dio pagano era olandese e si chiamava Ruud Krol.

Signor Marchesi, chi era Rino Marchesi negli anni Ottanta?

«Uno che coltivava la sua passione allenando. Non mi sono mai posto dei problemi, ho accettato qualsiasi offerta, senza fare distinzion­i. Per me il Napoli di Maradona o il Lecce in affanno erano la stessa cosa. Meglio lo stress da lavoro dello stress da mancanza di lavoro».

La sua ultima panchina di cui si ha notizia è datata 1994, retrocessi­one con il Lecce.

«Un’eternità. All’inizio speravo che qualcuno si ricordasse di me, però dopo due-tre anni di silenzio ho capito che il giro era chiuso». E come si è organizzat­o la vita? «Dopo quarant’anni mi sono riavvicina­to alla musica che avevo conosciuto da giovane attraverso la fisarmonic­a. Ho noleggiato un pianoforte e ho fatto come i bambini: ho ripreso gli studi da zero. Così, piano piano, sono tornato a strimpella­re qualcosa».

Dunque musica e pallone. Una ricetta interessan­te.

«Sì, le mie giornate sono fatte di molta musica, di un po’ di lettura e, ovviamente, di tanto calcio. La malattia non guarisce».

E qual è la sua opinione sul calcio moderno?

«Domanda: se oggi fossero sul mercato, che prezzo avrebbero Rivera e Mazzola? Il calcio è diverso ma la tecnica fa sempre la differenza».

Provi ad azzardare un raffronto calcistico-musicale.

«Si può dire che Maradona, Pelé e Di Stefano equivalgan­o a Bach, Mo- zart e Beethoven. Sono i fuori categoria. Dopo di che si può tranquilla­mente parlare di calciatori bravi, se non addirittur­a bravissimi: Causio, Tardelli, Maldini, Riva».

Lei ha allenato Maradona a Napoli e Platini alla Juve.

«Il primo Maradona e l’ultimo Platini». Bene. Com’era Maradona? «Anche in allenament­o ti faceva venire i brividi. E lavorava più degli altri». Questa poi... «L’anno in cui l’ho avuto io lo do- vevi cacciare dal campo». E Platini? «Era tornato dal Mondiale messicano con la pubalgia e la sciatalgia, tanto che quell’anno arrivammo secondi in pratica senza i suoi gol. Vedevi che avrebbe voluto impegnarsi ma non ce la faceva più».

Nella sua classifica come si posiziona Platini rispetto a Maradona?

«Appena sotto. Come Puskas, Van Basten...».

I due hanno mai fatto le bizze? In fondo si trattava di primedonne.

«È più difficile allenare un mezzo

giocatore di un grande giocatore. I grandi giocatori hanno orgoglio, determinaz­ione e volontà. Non sono lì per caso. Basta vedere come si allenavano Krol, Bergomi, Oriali, Altobelli, Cabrini e Bagni. Per non parlare di Scirea. Tutti ragazzi con cui ho avuto la fortuna di lavorare».

Approfitta­ndo di questa intervista c’è qualcosa che vorrebbe far sapere ai suoi due vecchi campioni?

«Con Maradona sono in contatto. A Michel mando un saluto e, visto che ora è presidente dell’Uefa, vorrei far pervenire una proposta. L’idea non è mia ma perché non provare il fuorigioco dai 70 metri in su? Così il guardaline­e avrebbe da controllar­e solo gli ultimi 30 metri».

La galleria di personaggi che le sono sfilati davanti è impression­ante. Ce ne racconti qualcuno. L’avvocato Agnelli ad esempio.

«Chiamava due volte alla settimana, sempre tra le 6.30 e le 7 del mattino. Anche se era in Cina o a New York. Era molto informato e sapeva tutto dei calciatori».

Il personaggi­o più straordina­rio che abbia mai conosciuto?

«Zenesini, mio presidente al Mantova in serie C. Non mi ha mai fatto un contratto scritto, ma sempre sulla parola. Sarei dovuto rimanere con lui tre anni ma quando decisi di andarmene dopo due stagioni mi ha comunque pagato un anno di stipendio stringendo­mi la mano».

La più grande gioia della sua carriera?

«Forse la salvezza a Napoli, la seconda volta che ci sono tornato dopo la stagione all’Inter. Fui chiamato a febbraio per sostituire Santin. La squadra era un po’ allo sbando e nessuno ci credeva più. Ma quella salvezza è stata determinan­te per il futuro: l’anno dopo è arrivato Maradona».

Rino Marchesi, in definitiva che cosa le manca degli anni d’oro di Diego e Michel?

«Il campo».

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Ricordi Marchesi con Maradona (sopra) e Platini ai tempi di Napoli e Juve
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