I LUS­SI ARI­STO­CRA­TI­CI DI LE­NIN A CA­PRI

Corriere della Sera - - TERZA PAGINA - Di RAF­FAE­LE LA CAPRIA

Co­no­sco be­ne, per aver­li sen­ti­ti e ri­sen­ti­ti rac­con­ta­re, sto­ria mi­ti e leg­gen­de ca­pre­si, co­no­sco i no­mi e i per­so­nag­gi che re­se­ro l’iso­la ce­le­bre nel mon­do con le lo­ro stra­va­gan­ze, e ho an­che scrit­to che c’era in me una spe­cie di ri­get­to per tut­ta que­sta ma­te­ria, e che la famosa foto di Le­nin che gio­ca a car­te con Bog­da­nov in una ter­raz­za di casa Gor­kij, fa­ce­va per me an­ch’es­sa par­te di que­sto ri­get­to. Ed è con que­sto spi­ri­to che ho pre­so in ma­no il li­bro Scac­co al­lo zar di Gen­na­ro San­giu­lia­no (ed. Mon­da­do­ri, pagine 192, eu­ro 18,50) che ha in co­per­ti­na pro­prio la famosa foto.

Eb­be­ne io l’ho let­to tut­to d’un fla­to, con cu­rio­si­tà e sen-

Inim­ma­gi­na­bi­li il te­no­re di vi­ta, i sol­di, gli amo­ri, e la spre­giu­di­ca­tez­za dell’uo­mo

za mai an­no­iar­mi per­ché è un li­bro pie­no di no­ti­zie e di in­for­ma­zio­ni frut­to di una pa­zien­te e ap­pas­sio­na­ta ri­cer­ca in­tor­no a co­se che si sa­pe­va­no o io cre­de­vo di sa­pe­re. A par­ti­re pro­prio da lui, da Le­nin.

Non me lo ero mai im­ma­gi­na­to co­me vien fuo­ri da que­sto li­bro, a co­min­cia­re dal­la bom­bet­ta. Non ave­vo mai fat­to caso che Le­nin por­ta­va la bom­bet­ta (a Ca­pri!) co­me un im­pie­ga­to del­la Ci­ty. E nep­pu­re ave­vo im­ma­gi­na­to lo sti­le e il te­no­re di vi­ta, i sol­di, gli amo­ri, e la to­ta­le e a vol­te cri­mi­na­le spre­giu­di­ca­tez­za dell’uo­mo. Cer­to qui Le­nin è vi­sto da un’an­go­la­zio­ne par­ti­co­la­re, dal pic­co­lo spi­ra­glio ca­pre­se aper­to da quel­la fo­to­gra­fia, e il li­bro pur fa­cen­do pa­rec­chi ten­ta­ti­vi per al­lar­ga­re lo sguar­do sul­lo sce­na­rio del­la gran­de sto­ria, re­sta sem­pre le­ga­to più al­la sto­ria pic­co­la (in­tri­ghi, re­tro­sce­na, ser­vi­zi segreti, ec­ce­te­ra) che al- la sto­ria gran­de. Ma que­sta sto­ria pic­co­la è rac­con­ta­ta con mol­ta spre­giu­di­ca­tez­za, e so­no tan­te le co­se che non sa­pe­vo pri­ma di aver let­to que­ste pagine.

Non sa­pe­vo fi­no a che pun­to Gor­kij era sta­to esal­ta­to e osan­na­to dai suoi con­tem­po­ra­nei co­me gran­de scrit­to­re, pa­ri a un Tol­stoj o a un Ce­chov. Tan­ta ce­ci­tà cri­ti­ca mi ha sor­pre­so. E nep­pu­re sa­pe­vo che a Mosca nel ’36 non mo­rì di tu­ber­co­lo­si, co­me si dis­se, ma mol­to pro­ba­bil­men­te av­ve­le­na­to per or­di­ne di Sta­lin. Non sa­pe­vo fi­no a che pun­to po­te­va ar­ri­va­re il ci­ni­smo e l’amo­ra­li­smo di Le­nin e dei suoi so­ste­ni­to­ri che pra­ti­ca­men­te si fi­nan­zia­va­no con fur­ti, estor­sio­ni e ra­pi­ne (san­gui­no­sa e spet­ta­co­la­re quel­la di Ti­flis gui­da­ta da uno Sta­lin esor­dien­te che de­ve a quel­la ra­pi­na la sua fu­tu­ra asce­sa po­li­ti­ca). Non sa­pe­vo che Le­nin pro­ve­ni­va da una fa­mi­glia di al­to li­vel­lo so­cia­le, e che ave­va le pre­te­se, lo sti­le di vi­ta, i vi­zi e le agia­tez­ze di un ari­sto­cra­ti­co, che fre­quen­ta­va i mi­glio­ri al­ber­ghi, i mi­glio­ri ri­sto­ran­ti, e le bel­le don­ne, e pra­ti­ca­men­te a Pa­ri­gi e a Gi­ne­vra vi­ve­va nel lus­so coi sol­di ra­pi­na­ti dai suoi com­pa­gni.

Nel li­bro è rac­con­ta­ta la sua in­fa­tua­zio­ne per Ines­sa Ar­mand, una gio­va­ne pa­ri­gi­na, «cu­ra­ta e so­fi­sti­ca­ta», di 35 an­ni. Non avrei mai pen­sa­to che un ca­rat­te­re au­to­ri­ta­rio e di­spo­ti­co co­me quel­lo di Le­nin, po­tes­se es­ser do­mi­na­to dall’amo­re per que­sta gio­va­ne don­na fi­no al pun­to di vi­ver­lo per tre an­ni, con la com­pli­ci­tà del­la mo­glie, in un mé­na­ge à

trois. In­fi­ne non sa­pe­vo fi­no a qual pun­to fos­se­ro di­vi­si e a vol­te in­tol­le­ran­ti l’uno con l’al­tro, i rus­si del­la «Scuo­la di Ca­pri». Spes­so si de­te­sta­va­no, evi­ta­va­no di in­con­trar­si, e sem­pre la po­le­mi­ca po­li­ti­ca su­pe­ra­va il le­ga­me dell’ami­ci­zia.

In­som­ma co­me ho det­to, un li­bro pie­no di no­ti­zie in­te­res­san­ti che han­no mu­ta­to la mia per­ce­zio­ne di tan­te co­se ri­guar­dan­ti la sto­ria e i per­so­nag­gi di quel mo­men­to.

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