Corriere della Sera

La «mano calda» esiste Lo sostiene la statistica

Studi recenti ribaltano ricerche del passato Peterson: «Un fatto più di testa che di talento»

- 1 2 3 Stefano Agnoli Domenico Calcagno

Cecchini Tre giocatori che hanno fatto della precisione al tiro (ma non solo) la loro fortuna

Marco Belinelli, 29 anni, campione Nba e vincitore della gara del tiro da 3 punti nel 2014

Stephen Curry, 27, campione Nba e vincitore da 3 punti nel 2015

Larry Bird, 59, leggenda dei Boston Celtics: ha vinto 3 volte di fila la gara del tiro da 3 punti e ha conquistat­o 3 titoli Nba (Epa, Afp) ha trovato fino a ieri alcuna corrispond­enza scientific­a. Nulla che potesse avvalorare l’impression­e che un successo sia più probabile dopo una striscia di successi. Che ci siano più probabilit­à che lanciando una moneta in aria possa uscire testa piuttosto che croce.

La «mano calda», al contrario, è stata abbastanza demonizzat­a dalla statistica ufficiale: nel 1985 un articolo di tre studiosi a metà tra la matematica e la psicologia cognitiva (Thomas Gilovich, Robert Vallone e Amos Tversky) arrivò a determinar­e la sua «fallacia». Allenatori, giocatori e tifosi, insomma, si sbagliano: la «mano calda» è una falsa credenza, un’illusione cognitiva che può addirittur­a essere pagata cara inducendo a errori e scelte sbagliate. Certo, a Belinelli bisognereb­be spiegarlo meglio.

Tutto ciò, però, fino a ieri. Perché un giovane ricercator­e california­no che insegna alla Bocconi di Milano, Joshua Miller, la pensa diversamen­te. Con il collega Adam Sanjurjo ha messo a subbuglio il mondo della statistica, dell’economia e, ovviamente, dello sport. Tanto che anche il Wall Street Journal, bibbia finanziari­a della Borsa di New York, se ne è occupato. Miller e Sanjurjo hanno ripreso in mano i dati del 1985 dimostrand­o che la mano calda esiste, eccome: se Belinelli avesse una media di successi del 50%, secondo Miller avrebbe il 54% di probabilit­à di fare canestro dopo una striscia negativa di tre errori. E il 46% dopo una striscia di tre successi. Una differenza di otto punti percentual­i: parecchio per un giocatore Nba.

Anche per un allenatore? Dan Peterson, che nella sua carriera ne ha viste tante, non ha mai avuto dubbi, e ha comunque un’idea precisa: «La mano calda esiste e gli allenatori vivono per identifica­re chi ne sia in possesso». Ma il talento non basta per essere un «crack», un «clutch player», un atleta dalla «mano calda»: «A certi livelli il talento — osserva Dan Peterson — ce l’hanno tutti. Ma nel momento clou di una partita c’è chi la mano calda ce l’ha e chi no. E alla fine, più che una questione di talento, è una questione di testa. Così almeno la penso io». In barba alla statistica.

Così è stato. E dopo una serie di impacchi di un’erba chiamata kawakarau, che cresce attorno al villaggio Nadroumai, dove lo zio esercita, l’osso si è calcificat­o, Naholo ha cominciato a camminare e a fare esercizi molto leggeri. Ha informato lo staff All Blacks dei progressi e a fine agosto è stato inserito nella lista dei 31 spediti nell’emisfero nord con un compito preciso: vincere per la terza volta il Mondiale. Se non è un miracolo è qualcosa che gli somiglia: in Nuova Zelanda nessuno avrebbe puntato un dollaro sul recupero del giocatore, ma nessuno aveva considerat­o le qualità della kawakarau, più efficace di qualsiasi cura conosciuta dalla nostra medicina e che aveva già avuto successo con altri giocatori figiani.

«Ma quale miracolo — ha raccontato Naholo —, sono cresciuto alle Figi e sapevo che mio zio mi avrebbe rimesso in sesto. Lo aveva già fatto con altri. Ora la mia gamba è più forte di prima». Naiova, lo zio, ha spiegato la cura. «Appena è arrivato al villaggio ho toccato la sua gamba e capito il problema. Ho applicato sull’osso un impacco e gli ho detto di tenerlo per 4 giorni. Quando lo ha tolto l’osso si era saldato. Mio nipote sentiva male, ma dopo altri 4 giorni camminava, il dolore era sparito. E dopo altri 4 giorni di applicazio­ni era guarito. È un rimedio antico, che si tramanda di generazion­e in generazion­e. Un dono di Dio».

L’erba delle isole del Pacifico ha dunque battuto i migliori medici neozelande­si e Steve Hansen, il c.t. degli All Blacks, una squadra che non ha soltanto atleti di grande talento, ma lavora e si allena sfruttando le tecnologie più sofisticat­e, dai computer ai gps che misurano anche i sospiri dei giocatori, non ha fatto una piega. «Avevo già sentito parlare di questa medicina tradiziona­le e alternativ­a. I figiani ci credono, chi siamo noi per non considerar­la? La medicina cinese esiste da molto più tempo della nostra, quindi…». Quindi Naholo domani giocherà. Un problema in più per i georgiani.

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