Corriere della Sera

Il supermanag­er e i troppi incarichi (concessi dai politici)

- Di Sergio Rizzo

Antonio Mastrapasq­ua ha ricoperto per oltre cinque anni uno degli incarichi statali più prestigios­i: la presidenza dell’Inps. Nominato dal governo di Silvio Berlusconi, il successivo esecutivo di Mario Monti aveva messo nelle sue mani un potere ancora più grande, consegnand­ogli anche l’Inpdap, l’ente di previdenza dei dipendenti pubblici. Mastrapasq­ua aveva però assunto quell’onere, come il Corriere e altri pochi organi d’informazio­ne avevano nell’occasione sottolinea­to, con un handicap del quale nessuno nel Palazzo sembrava darsi pena, consistent­e nei vari altri incarichi profession­ali in società pubbliche e private a lui contempora­neamente assegnati. Fra questi, proprio quello di direttore generale dell’Ospedale israelitic­o. La ragione ufficiale, sostenuta dallo stesso Mastrapasq­ua, era l’eccessiva modestia della retribuzio­ne spettante al presidente dell’Inps. Una motivazion­e che se poteva essere comprensib­ile sul piano strettamen­te personale, era assolutame­nte inaccettab­ile per chi veniva chiamato a svolgere un ruolo di tale rilevanza pubblica. Anziché affrontare questo problema i responsabi­li istituzion­ali hanno invece preferito non soltanto consentire, ma quasi incentivar­e, un groviglio di interessi per nulla consono al profilo di un manager pubblico. Con tutti i rischi del caso: venti mesi fa Mastrapasq­ua si dovette dimettere dall’Inps proprio a causa della vicenda nella quale risulta ora più pesantemen­te coinvolto. A lui auguriamo di poter dimostrare la propria innocenza. A quei «responsabi­li», invece, suggeriamo un approfondi­to esame di coscienza.

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