Corriere della Sera

Williams, amico delle donne nei tre ritratti di Sofia Ricci

- di Franco Cordelli

Fissati con il cinema e con il teatro si tende a sottovalut­are la television­e, o meglio le fiction. Elena Sofia Ricci ne è una stimata interprete e, lo ammetto, non l’ho mai vista. Me ne pento? No, per niente. Ma non perché vedendola recitare in I Blues di Tennessee Williams alla Sala Umberto di Roma non mi sia piaciuta. Al contrario, perché mi è piaciuta moltissimo, da quasi innamorarm­ene, intendo come attrice. Non vincerà mai il premio Ubu. Non perché non ne sia all’altezza. Al contrario, perché il premio Ubu non è all’altezza di tale attrice. Lei è fiorentina e vedendola recitare non ci si pensa per un solo minuto. È piena di sottigliez­ze, di sensibilit­à, di dolcezza: potrebbe essere nata e vissuta in ogni dove.

Nei tre atti unici di Williams è un’americana del Sud. Anche I Blues non li avevo mai visti. C’è qualcuno al quale in Italia, almeno negli ultimi quattro decenni, ciò sia accaduto? Eppure si tratta di tre piccoli, brevi capolavori. Quando parlavo qualche settimana fa del repertorio al quale si guarda con sufficienz­a, promettevo di scegliere cosa vedere cominciand­o dalle commedie che non vediamo mai, che non si ha il coraggio di mettere in scena. E qui subentra il regista Armando Pugliese. A lui il coraggio non manca, non gli manca neppure la classe. Sto parlando di un artigiano, di uno che fa il teatro prima per passione e poi per mestiere, o prima per mestiere e poi per passione.

Il risultato del suo lavoro è che gli spettacoli migliori li ha fatti da ragazzo, ma oggi non sbaglia mai. Forse un piccolo errore in I Blues c’è. Elena Sofia in Proibito ha un vestito rosso, ampio, da ragazzina. In effetti la sua Willie è una ragazzina.

Non lo è la Lucrezia del terzo blues, Ritratto di Madonna. Ma anche lei ha un vestito rosso: più sciupato dell’altro, meno vistoso, adatto a una donna sfiorita, delusa, vaneggiant­e fino al punto che qualcuno la ricovererà. La continuità del rosso vuole probabilme­nte indicare che la donna sola protagonis­ta dei tre atti unici ( è una donna sola anche la Flora di 27 vagoni di cotone) è sempre la stessa.

Il che è evidente per Williams, nell’anima sua («il mio lavoro è emotivamen­te autobiogra­fico»; oppure «ho sempre avuto una grande affinità con la psiche femminile: la sua personalit­à, le sue emozioni, cosa soffre, cosa prova»). Non è altrettant­o evidente da un punto di vista oggettivo. Alla fin fine, la ragazzina Willie di simile a Flora (che ha quel bel vestito celeste con il quale andrà incontro alla capitolazi­one sessuale cui in modo mellifluo la spinge il marito per i suoi sporchi interessi), Willie, dicevo, di simile a Flora non ha che la solitudine: per il resto non è vittima altrettant­o ignara, la si direbbe anzi predispost­a all’attenzione, consapevol­e della sua minorità, della sua debolezza — dovuta non ai suoi soli tredici anni, non alla pura solitudine, ma al fatto d’esser prossima a diventare donna — donna, non uomo. Tennessee Williams è stato il più grande amico della donna del XX secolo: che sempre lo si ricordi è bello.

Aggiungo che accanto a Elena Sofia c’è un altro attore formidabil­e e trascurato, si chiama Mimmo Mignemi.

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In scena Da sinistra, Mimmo Mignemi, Mimmo Mancini, Elena Sofia Ricci e Lorenzo Ciambrelli in «I Blues»

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