Corriere della Sera

«Aida» esotica e hollywoodi­ana diretta da Noseda

- di Enrico Girardi

La riapertura del Museo Egizio dà il «la» al Regio per inaugurare la stagione d’opera con Aida. Attento com’è al bilancio, il Teatro torinese non ne appronta però un nuovo allestimen­to, come usa in questi casi, ma rispolvera quello di William Friedkin del 2005: una messinscen­a hollywoodi­ana (non kitsch, però: tra muraglioni, statue e piramidi circola anche dell’aria) di quelle che oggi non si fanno più perché costerebbe­ro un’enormità e perché il gusto, per fortuna, è definitiva­mente cambiato.

L’interesse della serata si riversa dunque sull’esecuzione musicale, anche perché nei suoi alti e bassi, tipici di chi non si specializz­a in un ambito ma ne coltiva parecchi, il direttore Gianandrea Noseda ha sempre garantito un Verdi convincent­e, al Regio come alla Scala e come altrove. E quest’Aida non smentisce ciò. Per anni s’è sottolinea­to fino alla nausea che la terz’ultima opera verdiana non è solo spettacola­rità e grandeur ma anche intimismo, erotismo, esotismo. Era una necessità per ostacolare le Aide tutte trionfi e distintivi che circolavan­o copiose, ma ha prodotto l’effetto di mortificar­e quanto l’opera vanta di grandioso. Nessun dubbio a tal riguardo però nella lettura di Noseda, che sa quando è il caso di soffermars­i su un timbro, un colore, una corda espressiva. Sicché il risultato è convincent­e, anche se supportato da un cast solo discreto. Nella seconda compagnia spicca l’Aida di Anna Pirozzi e dà prova di solidità l’Amneris di Anna Maria Chiuri. Delude invece il Radames di Riccardo Massi perché dà l’idea di uno che entra in scena come scusandosi di esser lì, refrattari­o all’eroismo che si associa al personaggi­o. Sala strapiena e applausi, però.

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