Trump Io­wa, in fi­la con i so­ste­ni­to­ri del mi­liar­da­rio: tut­ti bian­chi

Corriere della Sera - - ESTERI - DAL NO­STRO IN­VIA­TO di Giu­sep­pe Sar­ci­na Giu­sep­pe Sar­ci­na

DES MOI­NES (Io­wa) Al­le ot­to di se­ra, quan­do Do­nald Trump com­pa­re nell’au­di­to­rium del­la Dra­ke Uni­ver­si­ty a Des Moi­nes, una fi­la lun­ga 246 pas­si è in at­te­sa nel buio del par­co. L’aria è fred­da: tut­ti spe­ra­no an­co­ra di en­tra­re. Den­tro, set­te­cen­to po­sti bru­cia­ti in un at­ti­mo, fuo­ri, 1000-1.200 per­so­ne. Trump an­nun­cia: «Sia­mo mi­glia­ia e mi­glia­ia». Esa­ge­ra, co­me fa spes­so e pro­vo­ca, co­me fa sem­pre: «Per­ché le te­le­vi­sio­ni non van­no a ri­pren­de­re la no­stra fol­la?» In­ve­ce le te­le­ca­me­re ci so­no: quel­le del­le gran­di ca­te­ne ame­ri­ca­ne, del­la Bbc e de­gli al­tri. Su un pun­to, pe­rò, il mi­liar­da­rio new­yor­ke­se ha in­dub­bia­men­te ra­gio­ne: l’even­to del­la gior­na­ta di ie­ri è que­sto, non il dibattito tra i can­di­da­ti re­pub­bli­ca­ni or­ga­niz­za­to da Fox News.

Da­van­ti all’Io­wa Even­ts Cen­ter di Des Moi­nes si rac­col­go­no croc­chi di mi­li­tan­ti e qual­che cu­rio­so, giu­sto per ve­der pas­sa­re Ted Cruz, Mar­co Ru­bio, Jeb Bu­sh. Non c’è nean­che un cen­te­si­mo dell’elet­tri­ci­tà, dell’al­le­gria che si ac­cu­mu­la a sei mi­nu­ti di mac­chi­na, nel­la co­da per ve­de­re Trump. Tan­tis­si­mi gio­va­ni e gio­va­nis­si­mi, stu­den­ti per lo più de­gli ate­nei lo­ca­li. So­no ar­ri­va­ti pre­sto, al­le 16, al­le 16.30 co­me John, ven­ten­ne dell’Il­li­nois, ve­sti­to con i co­lo­ri del­la ban­die­ra: man­tel­lo blu, pa­pil­lon a strisce ros­se, tu­ba, flo­scia, del­lo Zio Sam. C’è una di­scre­ta rap­pre­sen­tan­za di don­ne. Ma la co­sa che col­pi­sce è un’al­tra: so­no tut­ti bian­chi. Ri­sa­len­do lun­go il ser­pen­to­ne, fi­no al bloc­co dei con­trol­li non si ve­de nean­che un afroa­me­ri­ca­no. Nean­che uno, gio­va­ne o an­zia­no che sia. An­zi no, in ve­ri­tà uno c’è: ven­de abu­si­va­men­te i gad­get pre­pa­ra­ti per l’oc­ca­sio­ne. Spil­le, t-shirt. «Gen­te, ho an­che la fel­pa con la scrit­ta Trump, è do­ra­ta, in­te­res­sa?». Ze­ro la­ti­nos, an­che. Una gio­va­ne cop­pia di pa­chi­sta­ni, lei con il ca­po co­per­to da un ve­lo az­zur­ro, si af­fac­cia sul par­co. Le te­le­ca­me­re ac­cor­ro­no: fal­so al­lar­me, ma­ri­to e mo­glie era­no so­lo in­cu­rio­si­ti dall’ani­ma­zio­ne, stan­no tor­nan­do a ca­sa. Jeb Bu­sh so­stie­ne, e lo ha ri­pe­tu­to an­che in ca­sa Fox, che Trump po­trà pu­re svuo­ta­re il ba­ci­no elettorale dei bian­chi ar­rab­bia­ti e fru­stra­ti, ma «sen­za una pro­po­sta più in­clu­si­va non si vin­co­no le ele­zio­ni».

Il po­po­lo trum­pia­no scrol­la le spal­le. «Do­nald» è vis­su­to co­me un lea­der na­tu­ra­le, per co­sì di­re di pros­si­mi­tà, an­che se gi­ra so­lo con l’ ae­reo per­so­na­le. Mi­chel­le Bell è una vio­li­ni­sta: «Non è un po­li­ti­co, ma “Do­nald” sa che co­sa ser­ve al no­stro Pae­se. Ab­bia­mo bi­so­gno

Il po­po­lo di Do­nald So­ste­ni­to­ri di Trump in co­da, men­tre at­ten­do­no l’ar­ri­vo del can­di­da­to re­pub­bli­ca­no. Mol­ti di lo­ro lo chia­ma­no sem­pli­ce­men te «Do­nald» ( fo­to John Min­chil­lo /Ap) di uno co­me lui » . Per qua­li mo­ti­vi lo spie­ga, par­lan­do co­me una mac­chi­net­ta, un ra­gaz­zo di di­cias­set­te an­ni, per la pri­ma vol­ta al vo­to, oc­chia­li gran­di su una bel­la fac­cia ro­ton­da: «“Do­nald” fa­rà scen­de­re il de­bi­to pub­bli­co, fa­rà cre­sce­re l’eco­no­mia e fa­rà ca­la­re il tas­so di di­soc­cu­pa­zio­ne». E’ ve­nu­to con sua ma­dre che lan­cia un’oc­chia­ta com­pia­ciu­ta: vi­sto che ro­ba?

L’ini­zia­ti­va al­la Dra­ke Uni­ver­si­ty è sta­ta im­prov­vi­sa­ta due gior­ni fa, quan­do Trump ave­va ri­fiu­ta­to di par­te­ci­pa­re al con­fron­to con gli al­tri can­di­da­ti, in po­le­mi­ca con la mo­de­ra­tri­ce Me­gyn Kel­ly. «Non ci va­do da Fox. Fa­re­mo qual­co­sa per rac­co­glie­re fon­di a fa­vo­re dei no­stri ama­ti ve­te­ra­ni». Una scel­ta po­po­la­re in uno Sta­to co­me l’Io­wa: da qui so­no par­ti­ti tan­ti gio­va­ni per i fron­ti del­le guer­re ame­ri­ca­ne. A Des Moi­nes uno de­gli edi­fi­ci prin­ci­pa­li, co­strui­to nel 1954, è pro­prio il Ve­te­rans Me- mo­rial Au­di­to­rium. E il pri­mo ame­ri­ca­no uc­ci­so nel­la Gran­de guer­ra, Mer­le Hay, ve­ni­va da Glid­den, po­co lon­ta­no da qui. E’ an­co­ra con­si­de­ra­to un eroe: la ca­pi­ta­le gli ha de­di­ca­to una stra­da, il suo vil­lag­gio na­ta­le un mo­nu­men­to nel ci­mi­te­ro.

An­che Paul Sa­ven è un ex mi­li­ta­re: ha com­bat­tu­to quat­tro an­ni in Viet­nam, «no nien­te cor­pi spe­cia­li o ma­ri­nes, ero nell’eser­ci­to». Può sal­ta­re il lun­go ser­pen­to­ne, pren­de­re un po­sto in pri­ma fi­la. Il ve­te­ra­no del Viet­nam usa due vol­te la pa­ro­la «cuo­re» nel gi­ro di una fra­se «Ap­pog­gio con tut­to il cuo­re Do­nald Trump. Sì, è ve­ro, dob­bia­mo ave­re cuo­re, ma an­che la te­sta per ca­pi­re che co­sa è giu­sto e co­sa è sba­glia­to. E og­gi l’im­mi­gra­zio­ne clan­de­sti­na è una co­sa sba­glia­ta e dob­bia­mo fer­mar­la. Trump lo può fa­re».

Per Paul e per gli al­tri co­me lui, per i re­du­ci dell’Af­gha­ni­stan, dell’Iraq l’al­tro ie­ri so­no sta­ti rac­col­ti cir­ca 6 mi­lio­ni di dol­la­ri. Uno ce l’ha mes­so di ta­sca sua il mi­liar­da­rio new­yor­ke­se. La «se­ra­ta per i ve­te­ra­ni», in real­tà, è du­ra­ta cin­que mi­nu­ti, poi «Do­nald« ha pre­so il lar­go con il suo re­per­to­rio di at­tac­chi e di pro­mes­se. Nel par­co, or­mai im­mer­so nell’oscu­ri­tà, han­no mon­ta­to gli scher­mi: si ge­la, ma re­sta­no tut­ti.

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