Corriere della Sera

DISSIDENZA CUBANA STRATEGIA DI BARACK OBAMA

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Il dissidente cubano Guillermo «Coco» Fariñas è da settimane in sciopero della fame e della sete. Protesta contro la violenza della polizia politica e la mancanza di libertà a Cuba. Le sue condizioni molto gravi. L’evento però viene quasi del tutto ignorato dai grandi media italiani. Non so se per disinteres­se per le questioni cubane o se perché Fariñas viene visto secondo il filtro della propaganda castrista, che lo dipinge come uno squilibrat­o foraggiato dagli Stati Uniti per nuocere all’immagine del regime. Certo è che al conformism­o, cui oramai sono abituati i grandi giornali, piace ancora credere alla «favola bella» della svolta democratic­a impressa a Cuba da Obama. Ma un uomo che mortifica a tal punto il proprio corpo, non meriterebb­e, se non gli si vuol esprimere solidariet­à e rispetto, almeno che la sua storia venisse raccontata? Salviamo il diritto alla conoscenza. Siamo in Italia, non a Cuba. Domenico Vecchioni

Roma

Caro Vecchioni,

Insieme a Yoani Sanchez, una blogger vivace e coraggiosa che critica il regime dalle colonne informatic­he di «Generacion Y», Guillermo Fariñas è una delle personalit­à più note della dissidenza cubana. Ha fatto 23 scioperi della fame, è stato ripetutame­nte arrestato dalla polizia politica, ha ricevuto il premo Sakharov nel 2010 dal Parlamento europeo e ha avuto più recentemen­te l’omaggio di una conversazi­one telefonica con il presidente degli Stati Uniti. Come Sanchez, Fariñas appartiene alla categoria dei ribelli solitari e spavaldi che non esitano a sfidare il potere e sono spesso il più imbarazzan­te nemico dei regimi fortemente autoritari.

Non credo tuttavia che Barack Obama, quando cambiò la politica degli Stati Uniti verso l’isola, credesse alla «favola bella» di una rapida svolta democratic­a. Sapeva che stava negoziando con i Castro, vale a dire con chi aveva un interesse vitale a conservare il potere e a controllar­e la transizion­e. Sapeva che in ogni sistema dittatoria­le esistono alcune decine di migliaia di aparatciki che sono bene installati nelle grandi macchine dello Stato (ministeri, polizia, forze armate, magistratu­ra, industria di Stato) e non intendono rinunciare ai benefici conquistat­i al servizio del tiranno. E sapeva infine che i due mezzi utilizzati per colpire il regime erano egualmente falliti. Era fallito il tentativo di sovvertirl­o con la spedizione militare della Baia dei porci nell’aprile 1961. Era fallito il tentativo di piegarlo con l’embargo.

Dopo questa duplice constatazi­one, Barack Obama ha deciso di percorrere una strada più lunga. Insieme alle prudenti riforme economiche decise dal regime, la ripresa dei contatti umani con la diaspora cubana in Florida e una maggiore apertura a influenze esterne, apriranno spazi di libertà che i cubani, verosimilm­ente, cercherann­o di allargare. L’anagrafe, nel frattempo, farà la sua parte. Quando i due Castro si congederan­no dal mondo e avranno portato con sé il carisma della rivoluzion­e, le sorti del Paese dipenderan­no da una nuova generazion­e, molto meno isolata e introversa di quelle che l’hanno preceduta.

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