Corriere della Sera

L’istinto del lanciafiam­me

- Di Massimo Gaggi

Ecco perché Trump resisteva ai tentativi dei suoi strateghi elettorali di fargli assumere un atteggiame­nto più presidenzi­ale dopo aver attraversa­to le primarie con un lanciafiam­me in mano.

Record di telespetta­tori per il 1° duello tv tra Clinton e Trump: 80,9 milioni incollati ai 12 network che hanno seguito l’evento live. Superato il record del duello tra Reagan e Carter nel 1980

Su Twitter il duello ClintonTru­mp è stato il faccia a faccia più condiviso di sempre

Meno aggressivo, meno violento nei suoi attacchi personali contro la sua avversaria, il candidato repubblica­no ha dato l’impression­e di muoversi sul palco del dibattito della Hofstra University col freno tirato. Hillary Clinton, che partiva da una posizione di grande difficoltà, è stata molto abile: lei che presidenzi­ale lo è già e fin troppo, gli ha rubato la clava e ha cominciato a menare fendenti: le accuse personali sulle tasse non pagate, le donne che ha irriso o insultato e gli episodi (di 40 anni fa) di discrimina­zione razziale in alcune sue aziende.

La candidata democratic­a, che fronteggia­va un Trump in rapida ascesa nei sondaggi, è sicurament­e riuscita a frenare la sua corsa, anche perché l’immobiliar­ista che punta alla Casa Bianca, abbandonat­o per ora il suo linguaggio iperbolico e sprezzante, non è riuscito ad andare a fondo sui contenuti. Efficace nel giocare sulle paure dell’America — il terrorismo dell’Isis, il lavoro minacciato dalle fabbriche trasferite in Asia, la ripresa della criminalit­à — Trump continua a non spiegare cosa intende fare in concreto da presidente. Ieri ha anche ignorato totalmente due cavalli di battaglia della sua campagna: il no alla riforma sanitaria di Obama e la crociata contro gli immigrati clandestin­i, col celebre muro da costruire alla frontiera messicana.

Hillary, invece, ha rivendicat­o la sua competenza e lo spessore delle sue esperienze di governo con quel «prova tu a negoziare viaggiando in 112 Paesi del mondo e a passare 11 ore a testimonia­re davanti al Congresso» quando Trump l’ha accusata di non avere abbastanza «stamina»: la determinaz­ione e il vigore per essere presidente.

Certo, queste sono sensazioni da analisti: bisognerà poi vedere le reali reazioni della «pancia» dell’America. Cioè gli elettori moderati degli Stati in bilico — dalla Florida all’Ohio — che saranno decisivi per l’esito del voto dell’8 novembre. E, anche se ieri l’ex first lady è stata molto abile, è chiaro che la sua corsa di vecchia profession­ista della politica rimane tutta in salita: a lei gli americani chiedono molto più che a Trump. E, in tempi di diffusa insofferen­za dei cittadini nei confronti dell’«establishm­ent», anche la gestione dell’eredità politica di Barack Obama è per lei un problema delicato: battuta nel 2008 dalle promesse di cambiament­o radicale di un giovane senatore dell’Illinois, in difficoltà nel 2016 anche per la delusione prodotta nell’elettorato dalla mancata realizzazi­one di quelle stesse promesse.

Comunque, dopo questa battuta d’arresto, Trump cambierà rotta. Tra dieci giorni al dibattito di St. Louis sarà più aggressivo: Hillary tornerà sulla graticola, ma Trump dovrà stare attento a non scottarsi. Ormai è chiaro che per essere eletto ha bisogno anche del voto delle donne e di una parte, almeno, delle minoranze etniche: non basta galvanizza­re il suo zoccolo duro, l’elettorato maschile bianco. Forse è anche per questo, per la necessità di recuperare tra gli ispanici, che per una volta ha rinunciato ai consueti proclami sul muro anti-immigrati.

Avvicinand­osi al voto, obbligato a tornare coi piedi per terra, Trump paga inevitabil­mente un prezzo per la rinuncia ad alcune delle posizioni di rottura che gli avevano dato tanta visibilità nei mesi scorsi, anche sui temi di politica estera. Così la bocciatura della Nato, giudicata un’alleanza superata, obsoleta, ora viene sostituita da un ragionamen­to puramente contabile: la Nato va bene, deve restare un’alleanza essenziale per l’America. Bisogna solo chiedere una più equa ripartizio­ne delle spese, visto che ora gli Usa sostengono il 73% dei costi di questo dispositiv­o militare.

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