Corriere della Sera

L’istante della rinuncia

8 novembre 2011 Quando il premier si dimette l’interesse nazionale coincide con quello delle sue aziende

- Di Antonio Polito

L’8 novembre 2011 è forse il giorno più enigmatico della parabola di Silvio Berlusconi (domani i suoi 80 anni), ed è il momento in cui lascia il potere.

Spread ed economia Arriva una telefonata dal figlio Luigi che è a Londra a farsi le ossa nel banking: l’Italia sta per crollare e con essa le imprese di famiglia

C’ è un istante nella vita di Silvio Berlusconi che cambia la storia del suo rapporto con il potere, ed è il momento in cui lascia il potere. È forse il giorno più enigmatico della sua parabola: l’8 novembre del 2011. Il giorno in cui lo spread tra i Btp italiani e i Bund tedeschi varca la soglia dei 500 punti. L’Europa intera guarda a Roma col fiato sospeso. Al telefono Ennio Doris, amico da sempre e compagno d’affari, lo mette in guardia dal rischio del collasso nazionale: il Cavaliere preme il tasto viva voce perché ascolti tutto il sinedrio di Forza Italia, riunito in seduta permanente a Palazzo Grazioli. Ma quel giorno gli arriva anche un’altra telefonata, meno nota e più privata, dal figlio Luigi, che sta nella City di Londra a farsi le ossa nel banking: papà, l’Italia sta per crollare, e con l’Italia le nostre aziende.

È un sentimento condiviso da tutta la famiglia. Ancora una volta risuona, nella vicenda politica del berlusconi­smo, la voce del padrone. E però quel giorno il conflitto di interessi, autentico peccato originale che insegue fin dagli inizi l’outsider impedendog­li di trasformar­si in statista, si capovolge nel suo contrario. Se è vero che il Berlusconi del 1994 ha voluto il potere per salvare le sue aziende, come dicono i nemici, è anche vero che in quel drammatico novembre del 2011 l’interesse delle sue aziende s’identifica con l’interesse nazionale, e lo obbliga a sacrificar­e il potere. «Il Paese che amo», evocato agli esordi nel «discorso della calza», viene a reclamare il suo tributo.

Forse è per questo che gli antiberlus­coniani di profession­e — ce ne sono ancora tanti, soprattutt­o tra chi fa opinione — non vanno poi così fieri di quella caduta, e non ne parlano molto nei bilanci dell’ottantesim­o compleanno. Eppure dovrebbe essere il momento clou di una storia scritta dai vincitori: l’abbattimen­to del tiranno, l’espulsione dell’alieno, la fine del Truman show. Ma le cose non sono andate come immaginava­no.

Per anni si erano preparati a uno scenario da ultima resistenza nel bunker, con il premier che s’appella alla piazza contro le istituzion­i, come nel celebre finale del film di Moretti. E invece la Seconda Repubblica non finisce sulle scale di un Palazzo di Giustizia, nonostante un goffo tentativo di scimmiotta­re la vergogna delle monetine del Raphael da parte della piccola folla che si raduna davanti al Quirinale. Finisce invece come una crisi di governo qualsiasi, con un atto istituzion­ale, le dimissioni nelle mani del Capo dello Stato, e un comunicato ufficiale: «Il presidente del Consiglio ha espresso viva preoccupaz­ione per l’urgente necessità di dare puntuali risposte alle attese dei partner europei». Finisce con il sostegno parlamenta­re senza condizioni al successore Mario Monti. Finisce con l’addio alla storica alleanza con Bossi (pensate un po’, la Lega voleva un governo Alfano).

Poteva andare diversamen­te? Sì che poteva. Nel mondo berlusconi­ano molti arditi invocarono l’ultima battaglia. Gli ex di An firmarono documenti per chiedere elezioni subito. Al teatro Manzoni di Milano, Ferrara, Feltri e Sallusti imploraron­o il gran rifiuto in nome della sovranità popolare: «Si usa lo spread per frenare la democrazia». Tesi sulla quale Brunetta ha poi costruito una fortuna pubblicist­ica durata anni.

Decise invece Berlusconi, e la sua decisione ebbe una tragica grandezza. Forza Italia non s’è ancora ripresa, ma l’Italia un po’ meglio sta. Fu libero nella scelta? La pressione internazio­nale, dei mercati e dei governi, fu fortissima. Altro che complotto. Avveniva alla luce del sole. L’8 novembre, a fine giornata, Barack Obama lo dichiarò apertament­e: «I cambiament­i nei governi greco e italiano sono positivi, i nuovi governi attueranno le riforme necessarie». Ma fu Berlusconi a riconoscer­e, dimettendo­si, di non poter dare quelle «puntuali risposte» che il mondo chiedeva all’Italia.

Fu dunque una scelta certo obbligata, ma non di meno saggia, gestita con un senso dello Stato del quale non gli è stato reso abbastanza merito. Nel novembre di due anni dopo il Senato votò per la sua decadenza da parlamenta­re, a scrutinio palese e senza consentirg­li il ricorso alla Consulta contro la legge Severino che è stato invece possibile per i sindaci de Magistris e De Luca. Forse per questo neanche Berlusconi rivendica più quel momento vissuto da uomo delle istituzion­i, e preferisce anzi presentarl­o come un atto non libero, frutto di una coercizion­e. Questo mancato reciproco riconoscim­ento non è estraneo all’esplosione del bipolarism­o italiano e ai suoi guai attuali, e meriterebb­e un serio lavoro di revisionis­mo storico, col passare degli anni.

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