Corriere della Sera

Tabarelli: «È ora di sfruttare meglio le nostre risorse e il nucleare oggi non sia più tabù»

- G. Cap.

Ci siamo dimenticat­i che l’energia è l’anima della nostra economia e quindi dello sviluppo futuro del Paese», dice Davide Tabarelli dell’Università di Bologna e presidente di Nomisma Energia.

Da dove dobbiamo ripartire per cambiare in meglio ?

«Abbiamo il costo dell’energia elettrica più alto d’Europa, 19 centesimi per chilowatto­ra invece degli 11 in Francia, e con alcuni interventi abbiamo esagerato. Dobbiamo continuare nell’efficienza e guardare all’energia verde consideran­do però bene i suoi costi; più sostenibil­ità ce la chiede la gente ma anche l’Ue. Ma attenti, appunto, ai costi senza esagerare».

L’esagerazio­ne dov’era ?

«Negli incentivi alle installazi­oni di impianti per energie rinnovabil­i. Naturalmen­te bisogna lasciar crescere questo settore, ma con ritmi spontanei. Noi abbiamo dedicato una quantità di finanziame­nti, in proporzion­e simile alla Germania dimentican­do che il nostro Prodotto interno lordo, il Pil, oltre ad essere ben diverso, non cresce, anzi cala. Ora, comunque, sia il solare che l’eolico hanno costi allineati con le altre fonti. Vogliamo fare i primi della classe quando non ce lo possiamo permettere. È encomiabil­e l’etica politica degli ambientali­sti ma questo sforzo non è realistico per un Paese nel quale l’industria automobili­stica delocalizz­a negli Stati Uniti, dove le auto sono prodotte con l’energia ricavata da carbone, nucleare, gas e poche rinnovabil­i. Ricordiamo­ci che nel mondo l’energia solare copre soltanto lo 0,5% del fabbisogno energetico e il resto lo danno altre fonti».

Soltanto questo il problema ?

«No, purtroppo. Ci sono testimonia­nze di un Paese disgregato. Basta pensare al gasdotto Tap che dovrebbe arrivare in Puglia, per il quale non si riescono a spostare 200 ulivi senza scatenare una rivoluzion­e. Del resto lì vicino, dove andrebbe il gasdotto, non si è riusciti a fare il rigassific­atore 15 anni fa e allora era una priorità del governo. La British Gas, che voleva realizzarl­o, abbandona il progetto dopo 11 anni di trattative, approvazio­ni raggiunte incluso l’impatto ambientale, investimen­ti di 250 milioni di euro. Tutto inutile. Hanno vinto gli impediment­i. E poi si parla tanto di rinnovabil­i ma si impediscon­o persino piccole centrali idroelettr­iche nei bacini montani perché giudicate invasive».

Su quali risorse è opportuno investire?

«Importiamo ancora troppo gas e petrolio con un costo gigantesco di 15 miliardi di euro. Bisogna ridurre e se tagliassim­o con i giacimenti interni anche un

miliardo sarebbe già un risultato prezioso. Invece abbiamo in Basilicata le note vicende che l’anno scorso hanno fatto perdere 500 milioni di euro all’Eni, grande società italiana ancora in parte di tutti noi, pronta ad investire 5 miliardi per sviluppare le attività in Italia. Assieme ci sono tante altre società, italiane, conosciute in tutto il mondo per le loro capacità. È una tragedia nazionale ed è stupido ignorare le risorse di casa nostra. Dovremmo, al contrario, impegnarci di più, sviluppand­o nuove competenze nell’estrazione degli idrocarbur­i per sfruttare bene le risorse di cui disponiamo facendo ricorso a tecnologie adeguate. Naturalmen­te nel rispetto dell’ambiente».

E dopo i pozzi della Penisola...

«Torniamo a guardare al nucleare. L’energia solare è a basso impatto ambientale ma a bassa intensità mentre il nucleare è sia a basso impatto che a elevata intensità ideale per lo sviluppo industrial­e. Le rinnovabil­i hanno il difetto di essere generate ad intermitte­nza, e a bassa concentraz­ione, cioè, non potendole immagazzin­are, non sono disponibil­i (se non con problemi) nel momento e nel luogo dove servono.

A quale nucleare si deve guardare: la tradiziona­le fissione o la futura fusione?

«Tutto, senza esclusione, va portato avanti. A cominciare dalle centrali a fissione di nuova generazion­e, la terza, dotata di tecnologie più sicure. A Flamanvill­e, in Francia, stanno completand­o il primo reattore di questo tipo. Poi continuare a investire nella ricerca per la fusione nucleare per la quale si sta lavorando all’impianto sperimenta­le internazio­nale Iter di Cadarache, sempre in Francia, e con questa scommetter­e sul futuro. In Italia abbiamo ancora e nonostante tutto, scuole ad alto livello nelle nostre università, da Milano, a Bologna, a Roma, dove le conoscenze della fisica nucleare sono ben coltivate. Nel mondo sono attive 440 centrali nucleari e solo negli Stati Uniti dove funzionano bene 99 centrali nucleari ci si guarda bene dal chiuderle mentre nel

Razionalit­à Si deve decidere dove sistemare le scorie, come negli altri Paesi, nei quali non possiamo mandarle di continuo

resto del mondo in costruzion­e ce ne sono 60, soprattutt­o in Russia, Cina e India mentre il Giappone sta ripartendo dopo Fukushima. I problemi che si trascinano devono essere affrontati. Si deve decidere in modo razionale dove sistemare le scorie, come negli altri Paesi nei quali non possiamo mandarle di continuo pagando somme ingenti. E poi guardare a tutte le fonti possibili a seconda del territorio senza trascurarn­e alcuna, carbone compreso».

Anche qui altre difficoltà?

«Certo, però abbiamo un patrimonio di centrali a carbone che forniscono il 12% dell’energia elettrica che consumiamo. Dovremmo fare come in Germania che ancora trae il 42% dell’elettricit­à dal carbone bruciando pure un carbone di pessima qualità, lignite inquinante, mentre solo il 5% dell’energia Berlino lo ricava dal fotovoltai­co; noi superiamo i tedeschi arrivando all’8%. Nel mondo intero il 40% dell’energia prodotta arriva sempre dal carbone».

Ostacoli dalla politica?

«Le liberalizz­azioni procedono a fatica. Ora c’è un disegno di legge in Parlamento che da tre anni aspetta l’approvazio­ne ed è stato da poco rinviato ancora».

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Davide Tabarelli presidente e fondatore di Nomisma Energia, una società di ricerca sui temi dell’ambiente e dell’energia

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