Corriere della Sera

Bankitalia si difende: niente porte girevoli con le Popolari

Il caso dei tre dipendenti passati a Vicenza: non fecero ispezioni. Orfini polemico: così si spiegano molte cose

- Enrico Marro

La polemica era salita negli ultimi giorni: ispettori e funzionari della Banca d’Italia passati alle dipendenze della Popolare di Vicenza, prima commissari­ata dalla stessa Bankitalia e poi salvata con l’intervento di Intesa Sanpaolo. Dopo le prime audizioni nella commission­e parlamenta­re d’inchiesta sulle crisi bancarie, diversi membri della stessa avevano sollevato il caso. Il segretario del Pd, Matteo Renzi, allora impegnato nella fallita battaglia per evitare la conferma di Ignazio Visco a governator­e, aveva parlato di «porte girevoli» tra la banca centrale e la Popolare di Vicenza. E due giorni fa il presidente della commission­e, Pierferdin­ando Casini, in un’intervista a Repubblica aveva stigmatizz­ato la «cattura dei controllor­i» da parte delle banche controllat­e. Ieri la secca replica di Bankitalia: niente «porte girevoli». Non è corretto, affermano a Palazzo Koch, sostenere che tre dipendenti della Banca d’Italia siano andati a lavorare presso la Popolare di Vicenza dopo avervi svolto ispezioni. Nessuno dei tre — Luigi D’Amore, Mariano Sommella e Giannandre­a Falchi — ha svolto ispezioni presso la Popolare di Vicenza e solo Sommella ha lavorato all’ispettorat­o, ma appunto senza svolgere indagini presso la banca di Vicenza o sue controllat­e.

La legge 190 del 2012, aggiungono i collaborat­ori del governator­e Visco, ha tra l’altro introdotto per i dipendenti pubblici il divieto di svolgere, per i tre anni successivi alla cessazione del rapporto di impiego, attività lavorativa presso

Le accuse Sulla vicenda le accuse di Renzi e Casini, a capo della commission­e d’inchiesta

i soggetti privati nei confronti dei quali il dipendente abbia esercitato, negli ultimi tre anni di servizio, poteri autoritati­vi o negoziali per conto dell’amministra­zione. Nel caso specifico di Bankitalia, precisano a via Nazionale, il decreto legge 90 del 2014 vieta per i componenti degli organi di vertice e i dirigenti cui sono attribuite competenze di vigilanza o supervisio­ne di intrattene­re, nei due anni successivi alla cessazione dall’impiego, rapporti di collaboraz­ione, consulenza o impiego con i soggetti regolati o vigilati. Infine, il codice etico del personale della Banca d’Italia, in vigore dal 2010, stabilisce che il dipendente, nel corso del primo anno successivo alla cessazione del rapporto di lavoro, deve evitare situazioni di conflitto di interesse che possano derivare da una nuova attività privata o profession­ale.

Gli argomenti della Banca d’Italia non hanno però per nulla convinto il presidente del Pd, Matteo Orfini, che ha laconicame­nte commentato: «Leggo che per Bankitalia non è un problema che si passi dall’organismo che vigila alle banche vigilate. E questo spiega molte cose».

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