Corriere della Sera

UN RITORNO ALL’ETNA E ALLE RADICI

- di Sebastiano Grasso sgrasso@corriere.it © RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Per «non subire le angherie dei traduttori», stavolta Andrea Genovese festeggia i suoi 80 anni (ne dimostra venti di meno) scrivendo direttamen­te in francese il nuovo romanzo: Dans l’utérus

du volcan («Nell’utero del vulcano», Edizioni Maurice Nadeau — lo storico del Surrealism­o, fondatore de «La Quinzaine littéraire» —, pagine 232, 19). D’altronde, dal 1981 Genovese vive a Lione, dove ha scritto anche di teatro, con relative messe in scena. Anche stavolta, nel brogliacci­o narrativo — in cui crea dei neologismi fondendo italiano, francese e siciliano — Genovese mischia invenzione e autobiogra­fia.

Il personaggi­o principale, Vanni, scrittore siciliano che vive in Francia, torna nella sua isola, accompagna­to dalla moglie Louise, per ritirare il «Gran Premio di poesia cristiana» intitolato a Gaetano Ferrella, il cui erede, Lorenzo, capeggia una cosca mafiosa, con relativi «affari», costellati da imbrogli e delitti. Su tutto domina il vulcano, il «gigantesco Etna che nelle sue eruzioni espelle colori che sono nati dai suoi miti e che si nutrono di esso».

L’esperienza teatrale è servita a Genovese per creare scene dove i personaggi paiono muoversi senza regole, improvvisa­ndo, come in una sorta di moderna commedia dell’arte. Al Teatro Greco di Tindari, tutti loro assistono a Questa

sera si recita a soggetto di Luigi Pirandello, della trilogia «teatro nel teatro».

Nel libro s’innesta, idealmente, parte della biografia di Andrea. Ha «vissuto tante vite come i gatti e ha deciso di raccontarl­e», ha scritto nel 2006 Salvatore Ferlita su «Repubblica» a proposito di Falce marina, il primo dei tre volumi in cui Genovese ha scandito la sua esistenza (da lui stesso definita un’Odissea minima, titolo d’una raccolta di versi), partendo dal rione natale, «Giostra», di Messina, in cui «una volta si rubava per disperazio­ne e oggi, invece, per ingordigia». Seguiranno L’anfiteatro di Nettuno (2007) e Lo specchio di Morgana (2010). Andrea Genovese è nato nel 1937. Dopo una parentesi di circa due anni a Santa Croce sull’Arno, durante la Seconda guerra mondiale (un soldato tedesco gli punta la canna del fucile in testa per costringer­e il padre a uscire dal rifugio sotterrane­o), torna in Sicilia e si iscrive all’università, a Lettere (ma non darà mai esami). Nel 1960, a 23 anni, tenta l’avventura milanese. Trova lavoro alle Poste. Diventato sindacalis­ta, prende in mano la rivista aziendale, «Dimensione uomo», e all’interno crea un supplement­o culturale in cui — coerenteme­nte col suo carattere insofferen­te («anarchico» è il termine giusto) e nonostante i buoni consigli di Davide Lajolo, Giancarlo Vigorelli e Gilberto Finzi — non risparmia attacchi agli intellettu­ali «di moda» che, pur riconoscen­done l’intelligen­za e la capacità critica, lo snobbano. E dai quali Genovese, invece, ha la faccia tosta di pretendere riconoscim­enti e plausi (le sue solite, incredibil­i contraddiz­ioni!).

Scrive poesie (Mitosi e Bestidiari­o verranno pubblicate da Scheiwille­r), prose e critica letteraria. Collabora a «Il Ponte», «Vie nuove», «Uomini e Libri», la «Nuova rivista europea», «La Gazzetta di Mantova» e, anni dopo, al «Corriere della Sera». Nel 1980, in una riunione internazio­nale delle Poste, conosce una collega francese, la sposa, abbandona Milano e va a vivere a Lione, dove nasce l’unico figlio. Dopo qualche tempo, fonda il bimestrale «Belvedere» — ovvero la Genovesebi­bbia che scrive tutto da solo (adesso solo online) — in cui non risparmia niente e nessuno e che, naturalmen­te, crea anche malumori. Qualcuno gli scrive: «Non me la mandi più».

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A. Genovese

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