I SE­GNA­LI E LE CO­SE DA FA­RE

Corriere della Sera - - Da Prima Pagina - Di Al­ber­to Ale­si­na e Fran­ce­sco Gia­vaz­zi

Po­treb­be es­ser­si aper­to un pe­rio­do re­la­ti­va­men­te po­si­ti­vo per il no­stro Pae­se, sen­za al­cun dub­bio mi­glio­re dell’ul­ti­mo an­no e mez­zo. Il de­to­na­to­re del­la cri­si di go­ver­no di ago­sto era sta­ta la de­ci­sio­ne del M5S di di­stin­guer­si dal­la Le­ga e vo­ta­re con Mer­kel e Ma­cron a fa­vo­re di Ursula von der Leyen co­me pre­si­den­te del­la Com­mis­sio­ne eu­ro­pea. Straor­di­na­rio, vi­sto che so­lo sei me­si pri­ma Lui­gi Di Ma­io si era re­ca­to in Fran­cia per in­co­rag­gia­re la cor­ren­te più estre­ma dei Gi­let gial­li, un in­con­tro che il go­ver­no fran­ce­se de­fi­nì a ra­gio­ne «un’inac­cet­ta­bi­le pro­vo­ca­zio­ne», ta­le da giu­sti­fi­ca­re il ri­chia­mo del lo­ro am­ba­scia­to­re a Ro­ma.

Sia chia­ro: i se­ri pro­ble­mi del no­stro Pae­se ri­man­go­no inal­te­ra­ti. La mag­gio­ran­za che so­stie­ne il go­ver­no ha mo­stra­to, nel di­bat­ti­to par­la­men­ta­re sul­la fi­du­cia, un gra­do pre­oc­cu­pan­te di dif­fi­den­za re­ci­pro­ca. È pos­si­bi­le, for­se pro­ba­bi­le, che si ri­tor­ni ad una si­tua­zio­ne «bloc­ca­ta» an­che se ma­ga­ri con to­ni me­no «ur­la­ti» che nel go­ver­no pre­ce­den­te.

Ma qual­che se­gna­le po­si­ti­vo c’è. La per­so­na­li­tà di al­cu­ni mi­ni­stri fa ben spe­ra­re. Lu­cia­na La­mor­ge­se, chia­ma­ta per re­sti­tui­re au­to­re­vo­lez­za e pre­sti­gio al mi­ni­ste­ro de­gli In­ter­ni, è sta­ta uno dei mi­glio­ri pre­fet­ti che Mi­la­no ab­bia avu­to ne­gli ul­ti­mi de­cen­ni. Il fat­to che sia una don­na a ri­co­pri­re per la pri­ma vol­ta que­sto im­por­tan­te in­ca­ri­co è an­ch’es­so un se­gna­le nel­la giu­sta di­re­zio­ne.

I l nuo­vo mi­ni­stro dell’eco­no­mia, Ro­ber­to Gual­tie­ri, è sta­to vo­ta­to per due le­gi­sla­tu­re uno de­gli eu­ro­de­pu­ta­ti più in­fluen­ti, ed è un po­li­ti­co di pe­so, in un ruo­lo do­ve il pe­so e l’abi­li­tà po­li­ti­ca so­no an­cor più im­por­tan­ti del­la com­pe­ten­za tec­ni­ca, in par­ti­co­la­re du­ran­te i ne­go­zia­ti nell’eu­ro­grup­po e nell’eco­fin. La nuo­va mag­gio­ran­za ha ta­glia­to la stra­da a ipo­te­si di com­mis­sa­ri eu­ro­pei in­via­ti a Bruxelles con il man­da­to di bloc­ca­re gli in­ter­ven­ti del­la Com­mis­sio­ne a fa­vo­re del­la con­cor­ren­za e con­tro gli aiu­ti di Sta­to. Com­mis­sa­rio ita­lia­no sa­rà Pao­lo Gen­ti­lo­ni il cui go­ver­no fu il pri­mo, nel 2017, a va­ra­re la Leg­ge an­nua­le sul­la con­cor­ren­za, un ob­bli­go che c’è dal 2009 (leg­ge 23 lu­glio 2009, n. 99) ma che era sta­to di­sat­te­so da tut­ti i go­ver­ni pre­ce­den­ti, di cen­tro­de­stra e di cen­tro­si­ni­stra. Si è ri­dot­to il pe­so po­li­ti­co del­la cor­ren­te di par­la­men­ta­ri di­chia­ra­ta­men­te an­ti-eu­ro, co­me l’on. Bor­ghi e il se­na­to­re Ba­gnai. E lo spread sem­bra aver­ne be­ne­fi­cia­to con ef­fet­ti po­si­ti­vi sul­le no­stre tas­se e sul co­sto del cre­di­to per fa­mi­glie e im­pre­se. Cer­to, ri­ma­ne un mi­ni­stro de­gli Este­ri che do­vrà im­pa­ra­re le re­go­le scrit­te e quel­le non scrit­te del­la di­plo­ma­zia. Ma i no­stri al­lea­ti san­no già con chi avran­no a che fa­re e ag­giu­ste­ran­no le lo­ro aspet­ta­ti­ve.

Que­sto go­ver­no avrà il van­tag­gio di po­ter con­ta­re su un li­vel­lo «idea­le» di ur­gen­za. Non trop­pa, co­me ac­cad­de al go­ver­no Mon­ti la cui azio­ne fu vin­co­la­ta dal­la se­ve­ri­tà del­la cri­si fi­nan­zia­ria che lo co­strin­se ad au­men­ti di im­po­ste che eb­be­ro ef­fet­ti im­me­dia­ti sul de­fi­cit, ma fu­ro­no dan­no­si per l’eco­no­mia, sen­za ave­re il tem­po per ri­dur­re la spe­sa. L’emer­gen­za di og­gi do­vreb­be spro­na­re, ma non sia­mo con l’af­fan­no da or­lo del ba­ra­tro.

Su mol­te que­stio­ni, ad esem­pio po­ver­tà e di­se­gua­glian­ze, M5S e Pd (più Leu) so­no mol­to più vi­ci­ni di quan­to non lo fos­se­ro M5S e Le­ga. Pe­rò la re­la­ti­va vi­ci­nan­za su obiet­ti­vi va­ghi non si­gni­fi­ca che es­si con­di­vi­da­no gli stru­men­ti per rag­giun­ger­li.

Il red­di­to di cit­ta­di­nan­za va mo­di­fi­ca­to e re­so più si­mi­le al pre-esi­sten­te red­di­to di in­clu­sio­ne. Un sa­la­rio mi­ni­mo trop­po al­to sa­reb­be dan­no­so per l’oc­cu­pa­zio­ne, so­prat­tut­to al sud: la dif­fe­ren­za fra i sa­la­ri al nord e nel Mez­zo­gior­no de­ve ri­co­no­sce­re la dif­fe­ren­za nel co­sto del­la vi­ta tra le due par­ti del Pae­se, non so­lo nel set­to­re pri­va­to, do­ve già in par­te av­vie­ne, ma an­che nell’im­pie­go pub­bli­co. Inol­tre, sa­la­ri rea­li pub­bli­ci più al­ti al sud che al nord fan­no con­cor­ren­za sleale al set­to­re pri­va­to con ef­fet­ti ne­ga­ti­vi sul­la cre­sci­ta. Non è quin­di so­lo una que­stio­ne di equi­tà nord-sud, ma an­che di cre­sci­ta.

An­che sul­le in­fra­strut­tu­re, che so­no già emer­se co­me pun­to di dis­si­dio, un ac­cor­do va tro­va­to. Al­cu­ne in­fra­strut­tu­re non de­vo­no es­se­re can­cel­la­te, sia per­ché già av­via­te, sia

per­ché de­ri­va­no da im­pe­gni eu­ro­pei. Al­tre so­no cer­ta­men­te uti­li, co­me il com­ple­ta­men­to dell’al­ta ve­lo­ci­tà in Ve­ne­to o fra Na­po­li e Ba­ri. Ma al­cu­ne ope­re, ad esem­pio l’au­to­stra­da fra Or­te e Me­stre, pos­so­no at­ten­de­re sen­za che la cre­sci­ta ne sof­fra trop­po. Me­glio usa­re que­ste ri­sor­se per si­ste­ma­re gli edi­fi­ci sco­la­sti­ci, ac­ce­le­ra­re i viag­gi dei pen­do­la­ri, af­fret­ta­re i la­vo­ri nel­le zo­ne ter­re­mo­ta­te.

Riu­sci­rà la non ec­ces­si­va di­stan­za su que­stio­ni qua­li eva­sio­ne fi­sca­le, po­ver­tà, di­se­gua­glian­za a fa­re in mo­do che i tre par­ti­ti af­fron­ti­no i te­mi di fi­nan­za pub­bli­ca con un re­spi­ro più lun­go? Il pun­to cri­ti­co è che il go­ver­no si con­vin­ca, e con­vin­ca gli ita­lia­ni, che la cre­sci­ta non si fa ri­par­ti­re con più spe­sa pub­bli­ca e più de­bi­to. Se ar­ri­vas­se una re­ces­sio­ne non ci si do­vreb­be pre­oc­cu­pa­re trop­po dei de­ci­ma­li del de­fi­cit — co­me le re­go­le eu­ro­pee già con­sen­to­no di fa­re — ma a par­te il bre­ve pe­rio­do non è cer­to con un de­bi­to sem­pre cre­scen­te che si so­stie­ne la cre­sci­ta, an­zi. Co­sa fa­re dun­que, da­to que­sto vin­co­lo da cui non si può pre­scin­de­re?

Per ta­glia­re la spe­sa, e quin­di le tas­se, sen­za far ri­par­ti­re il de­bi­to oc­cor­re il co­rag­gio di fa­re due co­se: in­nan­zi­tut­to

eli­mi­na­re tut­te le co­sid­det­te «spe­se fi­sca­li», qual­che de­ci­na di mi­liar­di di fa­vo­ri elar­gi­ti ne­gli an­ni a va­ri grup­pi, di so­li­to al­le im­pre­se più abi­li nell’in­trat­te­ne­re rap­por­ti con la po­li­ti­ca, e che pa­ga­no ali­quo­te age­vo­la­te. Van­no ta­glia­te tut­te in­sie­me per evi­ta­re l’obie­zio­ne «per­ché io sì e lei no?». E poi si de­ve an­da­re al cuo­re del no­stro si­ste­ma di wel­fa­re ren­den­do­lo «means te­sted» (cioè «in fun­zio­ne del red­di­to») e non con­ti­nua­re ad of­fri­re an­che ai ric­chi ser­vi­zi pub­bli­ci sot­to­co­sto e quin­di pa­ga­ti, in par­te, dal­le tas­se di tut­ti, ad esem­pio nel­la sa­ni­tà e nell’uni­ver­si­tà. Cer­to, l’eva­sio­ne fi­sca­le di­stor­ce gli ef­fet­ti di qua­lun­que po­li­ti­ca «means te­sted», ol­tre a col­pi­re gli one­sti. Ma l’eva­sio­ne, se dav­ve­ro si vuo­le, la si può com­bat­te­re, co­me espe­rien­ze di al­tri Pae­si han­no di­mo­stra­to. Va an­che eli­mi­na­ta quo­ta 100 e in ge­ne­ra­le oc­cor­re ri­sta­bi­li­re più equi­li­brio tra gli an­zia­ni che be­ne­fi­cia­no del wel­fa­re e le ge­ne­ra­zio­ni fu­tu­re che lo fi­nan­zia­no.

Ab­bia­mo quin­di ri­sol­to in ago­sto tut­ti i pro­ble­mi dell’ita­lia? Cer­to che no ed è pos­si­bi­le che il go­ver­no fal­li­sca ri­cac­cian­do il Pae­se nel tun­nel dell’in­sta­bi­li­tà. Spe­ria­mo di no. Og­gi un bar­lu­me di lu­ce c’è.

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