I TORMENTI DELL’EU­RO­PA SUL­LA DI­FE­SA

Corriere della Sera - - Da Prima Pagina - di Danilo Tai­no

La dia­gno­si di «mor­te ce­re­bra­le» che Em­ma­nuel Ma­cron ha ap­pe­so al ca­pez­za­le del­la Na­to è più dra­sti­ca del fa­mo­so ter­mi­ne «ob­so­le­ta» con il qua­le Do­nald Trump de­fi­nì l’al­lean­za mi­li­ta­re atlan­ti­ca nel 2016 (poi si è cor­ret­to). Dal pun­to di vi­sta dell’ana­li­si geo­po­li­ti­ca, il pre­si­den­te fran­ce­se non è lon­ta­no dal­la ve­ri­tà: pur­trop­po, pe­rò, non è l’ana­li­sta di un think-tank, ha l’am­bi­zio­ne di es­se­re il mag­gio­re lea­der eu­ro­peo, le ri­fles­sio­ni che espli­ci­ta han­no con­se­guen­ze po­li­ti­che im­me­dia­te.

In­fat­ti, po­che ore do­po che la sua let­tu­ra del­lo sta­to di sa­lu­te del­la mag­gio­re al­lean­za mi­li­ta­re del mon­do è di­ven­ta­ta pub­bli­ca, An­ge­la Mer­kel ha det­to che le pa­ro­le del pre­si­den­te fran­ce­se non coin­ci­do­no con la sua «vi­sio­ne del­la coo­pe­ra­zio­ne all’in­ter­no del­la Na­to». Una di­ver­gen­za di opi­nio­ni che va al di là di un’in­cri­na­tu­ra nel già po­co so­li­do as­se fran­co-te­de­sco: se­gna­la due real­tà che la Ue non può tra­scu­ra­re.

La pri­ma ri­guar­da la Di­fe­sa e il ruo­lo che l’unio­ne Eu­ro­pea in­ten­de gio­ca­re in un mon­do in pie­no di­sor­di­ne. Nel­la stes­sa intervista al set­ti­ma­na­le Eco­no­mi­st nel­la qua­le par­la del­la «mor­te ce­re­bra­le», Ma­cron di­ce che l’eu­ro­pa «è sull’or­lo di un pre­ci­pi­zio» e de­ve pen­sar­si «stra­te­gi­ca­men­te co­me un po­te­re geo­po­li­ti­co». Di fron­te al ri­ti­ro re­pen­ti­no de­gli Sta­ti Uni­ti dal­la Si­ria, al­le pro­vo­ca­zio­ni di Re­cep Tayy­ip Er­do­gan che col­lo­ca la Tur­chia in po­si­zio­ne am­bi­gua tra la Rus­sia e la Na­to del­la qua­le pu­re fa par­te, di fron­te al di­sim­pe­gno ame­ri­ca­no in Me­dio Orien­te, l’ana­li­si di Ma­cron ha sen­so. Il pro­ble­ma è che i Pae­si eu­ro­pei non so­no in gra­do di dar­si una po­li­ti­ca este­ra e sen­za que­sta la Di­fe­sa co­mu­ne e au­to­no­ma è im­pos­si­bi­le. An­che Mer­kel, do­po l’ele­zio­ne di Trump, so­sten­ne la ne­ces­si­tà dell’eu­ro­pa di ren­der­si au­to­no­ma dall’al­lea­to sto­ri­co ame­ri­ca­no. Non ha pe­rò mai mes­so in di­scus­sio­ne la Na­to sa­pen­do che un’al­ter­na­ti­va so­lo eu­ro­pea non è nel­le car­te: l’om­brel­lo di Wa­shing­ton ri­ma­ne in­di­spen­sa­bi­le per il Vec­chio Con­ti­nen­te.

La se­con­da real­tà è che l’eu­ro­pa ha un pro­ble­ma di lea­der­ship. La can­cel­lie­ra Mer­kel è sul via­le del tra­mon­to po­li­ti­co e ha scel­to il quie­to vi­ve­re. Ma­cron, al con­tra­rio, nel­la sua scar­sa mo­de­stia ama il ri­schio: quan­do ri­fiu­ta l’aper­tu­ra di trat­ta­ti­ve per l’in­gres­so del­la Ma­ce­do­nia del Nord e dell’al­ba­nia nel­la Ue (che pu­re sa­reb­be una sag­gia scel­ta geo­po­li­ti­ca), quan­do va per i fat­ti suoi in Li­bia, quan­do li­ti­ga con i Pae­si eu­ro­pei dell’est. È un lea­der che spes­so di­vi­de gli eu­ro­pei, co­me si è vi­sto dal­le rea­zio­ni all’intervista all’eco­no­mi­st.

Più che nel con­sta­ta­re la fi­ne del­la Na­to, la lea­der­ship ne­ces­sa­ria og­gi sta nel con­vin­ce­re gli eu­ro­pei a de­di­ca­re più ri­sor­se al­la Di­fe­sa e, sul­la ba­se di que­sto mag­gio­re im­pe­gno, pre­ten­de­re un ruo­lo più ri­le­van­te nell’al­lean­za. Uno scam­bio che Wa­shing­ton non po­treb­be ri­fiu­ta­re.

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