Corriere della Sera

Carolina sfida le paure disegnando­le a colori

- Di Gianna Fregonara

Di che colore sono le paure dei bambini? O forse, tutte le nostre paure? E che colore ha la paura del contagio del Covid19 che è entrata nelle nostre case e nelle nostre teste dall’inizio dell’anno? Per scoprirlo basta leggere

Carolina e l’occhio dell’elefante, il racconto di Paola Somaini disponibil­e anche in e-book. Un piccolo gioiello che può servire per affrontare — specialmen­te in questi mesi così densi di incertezze per tutti — il tema della paura e della malattia con i bambini più piccoli (è adatto dai 4 anni in su). Tutti abbiamo tante paure, quella nera (facile, il buio), quella viola (più difficile, è la paura di stare da sola) e persino quella bianca. Ma bisogna avere il coraggio di guardarle, di disegnarle, di parlarne con gli altri. È infatti da una citazione di Albert Camus, riportata alla fine del libro, che trae spunto il racconto per bambini: «Il solo modo di lottare contro la peste è l’onestà». Ci arriva anche la protagonis­ta Carolina, che conclude dicendo(si): «Dire la verità è coraggioso». Ma per scoprirlo anche lei deve affrontare un lungo viaggio, lasciare la sua vita di disegni e giochi, per avventurar­si assieme al suo compagno immaginari­o — l’elefante appunto — dentro le sue angosce di bambina che ascolta il mondo esterno, a volte senza capire bene che cosa stia succedendo. Si sente sola, infatti, pensa di essere l’unica ad essere «paurosa». «Sembra che mia sorella Tina non abbia paura, non parla mai delle sue paure, anche mamma e papà non ne parlano», dice sconsolata Caterina a metà del libro, prima di raccontare tutte le sue ansie: da quella degli altri, a quella di vomitare fino alla paura delle paure: quella della malattia e della morte. Tutto è accompagna­to dai disegni di Carolina: ci aiutano a seguire lei e l’elefante nel viaggio dentro i colori delle nostre debolezze, che Paola Somaini — che è psicanalis­ta e ha scritto questo racconto di getto durante il lockdown — fa apparire di volta in volta come scarabocch­i e come «pezze colorate» della nostra esistenza.

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