Corriere della Sera

«POVERO IL MIO PERÙ» E VARGAS LLOSA SCEGLIE IL MALE MINORE

- di Paolo Lepri

Asomándose al abismo. («Avvicinand­osi all’abisso»). È il nuovo romanzo di Mario Vargas Llosa? No, è l’articolo che il premio Nobel per la Letteratur­a 2010, ha scritto su El País per parlare della situazione politica in Perù, il suo Paese di nascita. Si manda giù di un fiato. Una delle morali sarà — può essere anticipata — che non basta votare se «si vota male». Rileggiamo­lo. I due vincitori del primo turno delle elezioni presidenzi­ali vengono presentati subito. Al maestro di scuola Pedro Castillo, arrivato in testa con il 19 per cento, viene dedicato un rapido accenno. Della sua sfidante nel ballottagg­io di giugno, Keiko Fujimori (piazzatasi seconda, con il 13 per cento, in una folla di diciotto candidati) si ricordano i 25 anni di carcere ai quali è stato condannato il padre, il «dittatore», che divenne presidente nel 1990 proprio sconfiggen­do l’autore di La città e i cani, scrittore che ha avuto sempre un legame complicato con la politica attiva. Per chi ama le etichette, lo si potrebbe definire un liberale di centrodest­ra.

Poi, come in un crescendo, Vargas Llosa accumula indizi sulla «pericolosi­tà» di Castillo, schierato per una robusto programma di nazionaliz­zazioni e di lotta alle imprese transnazio­nali, ma contrario all’aborto e ai matrimoni tra persone dello stesso sesso. Le sue idee, «abbastanza contraddit­torie», sono «come regola generale di estrema sinistra nel campo economico e di estrema destra in quello sociale». L’obiettivo di questo militante rivoluzion­ario sostenuto nelle province più povere, è creare «una società comunista» che provochere­bbe probabilme­nte un colpo di Stato militare.

Esauriti questi capitoli-paragrafi, vengono raccontate brevemente anche le malefatte della figlia di Fujimori, accusata di corruzione (si è già fatta due lunghi periodi di detenzione preventiva) e di avere «beneficiat­o della dittatura» instaurata dal padre. «Il potere giudiziari­o — aggiunge — ha chiesto per lei trent'anni di reclusione». E qui arriva la sorpresa. Bisogna votarla al secondo turno, nonostante questo, perché rappresent­a «il male minore». Con Keiko alla presidenza c’è la possibilit­à di salvare la democrazia peruviana. Castillo renderebbe invece questa speranza impossibil­e.

La teoria del «male minore» lascia spiazzati, anche perché — come in questo caso — non è mai facile sceglierlo. È una teoria per certi versi inadeguata allo spessore intellettu­ale di un uomo, a volte coraggioso, come Vargas Llosa. D’altra parte, si potrebbe dire, non fare nessuna scelta o non votare sarebbero soluzioni ugualmente criticabil­i. L’unica conclusion­e possibile, a questo punto, è riaprire l’ultimo libro dello scrittore peruviano, ambientato in Guatemala, in cui si raccontano tra l’altro i retroscena delle involuzion­i autoritari­e e le malattie inguaribil­i del potere. Il titolo? Tempi duri.

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