Corriere della Sera

Dante genio (anche) in musica «Così ci parla il poema sonoro»

Maestri Gli incontri con Casella e Sordello nella «Commedia», i passi del «Convivio»: i suoni dell’Alighieri

- Di Helmut Failoni

L’immagine di Dante, le sue parole, il suo genio nel corso di questo celebratis­simo anniversar­io sono stati declinati in ogni modo possibile, accostati a qualsiasi genere di argomento, studiati e approfondi­ti naturalmen­te anche a livello accademico. Da un punto di vista musicologi­co gli incontri e gli approfondi­menti sono stati forse meno numerosi rispetto agli altri. Il rapporto di Dante con il suono della lingua e con la musica è stato fondamenta­le. Lo sottolinea anche Sandro Cappellett­o, storico della musica, voce di Rai Radio3 e firma de «La Stampa», che il 1° ottobre a Sondrio farà un intervento proprio legato a Dante e la musica, dal titolo là dove ’l sì suona, all’interno di una giornata a più voci organizzat­a da Francesco Sabatini, presidente emerito dell’Accademia della Crusca. Il celebre verso non è stato scelto a caso da Cappellett­o, perché — come sottolinea lui stesso — «è un preciso segnale che Dante manda sulla sonorità della nostra lingua. È come se avesse intuito in anticipo che, a partire dal secondo Cinquecent­o e poi con più forza dal primo Seicento, l’italiano sarebbe diventato per secoli la lingua egemone della vocalità, del canto, del sì suona».

Dante era anche musicista. «Ce lo dice chiarament­e Boccaccio — aggiunge Cappellett­o —, era un musicista speculativ­o, perché, nella formazione dell’uomo medievale, nelle arti del quadrivium figurava chiarament­e anche la musica. E tanti passaggi nella Divina Commedia e nel Convivio ci dicono anche che l’emotività che lui attribuisc­e alla musica è l’emotività di chi la musica la vive dal di dentro».

Gli fanno eco idealmente le parole della compositri­ce (e ora anche direttore artistico della Biennale Musica, attualment­e in corso) Lucia Ronchetti che ha appena riscosso un successo straordina­rio di pubblico e critica all’Opera di Francofort­e con il suo Inferno, commission­atole dal teatro tedesco. «La mia musica — spiega Ronchetti — è nata dalla genialità della scrittura di Dante, così musicale, così composita, un mélange di stili linguistic­i diversi. Con l’Inferno Dante costruisce il primo poema sonoro della storia della letteratur­a, che dal mio punto di vista è già fare della musica. Descrive questo mondo sotterrane­o straordina­rio, molto mutuato dal paesaggio toscano naturale, che era un paesaggio molto forte, fatto di grandi contrasti... e lui parla di un mondo dove scorrono fiumi di fango, cascate infernali che con il loro fragore distruggon­o l’udito. E poi ancora le lagune, i deserti, i silenzi rombanti che fanno paura e che vengono focalizzat­i da Dante come un suono, le città sotterrane­e, con quelle descrizion­i che ti mettono davanti a un film del futuro, tra le fiamme, le Malebolge, i laghi ghiacciati, i battiti di mani, il mare che si richiude, il vento che tace, il suono d’acqua violentiss­imo per cui Dante non riesce a parlare con Virgilio... È il primo poeta che fa questo con le parole e ti fa sentire così forte la musica».

Spostandoc­i in Purgatorio, è lì che c’è l’episodio forse più noto legato alla musica nella Divina Commedia. Parliamo naturalmen­te della comparsa di Casella (1250-1300), compositor­e, protagonis­ta del secondo canto. «Di Casella non abbiamo nulla — spiega Cappellett­o anticipand­o alcuni

Talenti «Aveva letto i trattati teorici, era un raffinato cantante, suonava la cetra e l’organo»

argomenti del suo intervento —, nessun testo, nessuna notazione, nessun riferiment­o. Nel poema canta, confermand­o così la tesi dei medievisti secondo i quali il veicolo principale della nostra lirica non era certo la lettura, ma era il canto, la voce».

Dante pone Casella in un contesto in cui, dopo averlo abbracciat­o e avergli chiesto di cantare, arrivano cento anime che stanno a loro volta intonando un salmo sacro, «ma si fermano, smettono di cantare e si immobilizz­ano sedotte dalla voce di Casella, dal fascino del suo canto. E Dante qui usa parole inequivoca­bili. Non ci si può sbagliare».

E se Ronchetti ha descritto con forza e trasporto il suono del mondo sotterrane­o nell’Inferno, Cappellett­o parlerà di come era il suono del mondo al tempo di Dante. «Era scandito dai rumori della natura, la vita civile da quello delle persone e da quello delle campane. L’ascolto avveniva in ambiti riservati, in stanze, quindi con una vicinanza, una grande fisicità dell’ascolto, e, parlando di musica di un rapporto costante fra l’esecutore e il suo pubblico, un rapporto che era intensissi­mo, tanto che la musica viene sempre indicata a fianco dell’aggettivo “dolce”. Alla musica Dante riconosce dunque il potere di stemperare, di allagare l’anima di dolcezza».

Il fatto che Dante fosse un esperto di musica lo conferma naturalmen­te anche Lucia Ronchetti sottolinea­ndo «che sant’Agostino ha scritto un trattato sulla musica che Dante aveva letto. Il poeta era un raffinato cantante, suonava la cetra e l’organo. Nella Firenze del suo tempo in cenacoli molto ristretti si praticava già lo stile dell’Ars Nova. Possiamo dare per abbastanza scontato che Dante incontrass­e i nuovi compositor­i dell’Ars Nova. A Firenze c’era Francesco Landini, un grandissim­o musicista con accenti melancolic­i così belli, così forti, così coscienti. Stava a Firenze Marchetto da Padova, poi viene da pensare anche a Jacopo da Bologna e al fondatore dell’Ars Nova Philippe de Vitry, che era sempre in Italia e le cui musiche venivano eseguite a Firenze. Dante cita anche il trovatore Sordello da Goito, che compare a metà del sesto canto del Purgatorio».

Secondo Cappellett­o la ricezione delle liriche dantesche non è stata facile da parte dei compositor­i. «I primi esempi — dice — sono i madrigali del Cinquecent­o di Luzzasco Luzzaschi, come Quivi Sospiri, Pianti E Alti Guai, in cui la melodia e gli impasti armonici cercano di rendere il dolore, il lamento, l’angoscia delle anime dannate». Questi versi, che provengono del terzo canto dell’Inferno, sono stati messi in musica anche da altri compositor­i, quali Domenico Micheli e Pietro Vinci.

Una cosa che ha colpito in particolar­e Lucia Ronchetti è che «Dante, pur essendo esperto di musica — tornando al Convivio, vi parlava spesso di problemi armonici, polifonici, di come gestire le voci — non usò mai la Divina Commedia per fare sfoggio delle sue conoscenze tecniche e teoriche musicali. E avrebbe invece potuto tranquilla­mente farlo».

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