Corriere della Sera

Da Sud a Nord: i treni dei bambini orgoglio del Paese

- di Paolo Fallai

Se cercate un motivo d’orgoglio nella nostra storia l’avete trovato. Tra il 1945 e il 1952, in un’Italia distrutta dalla guerra in cui il fascismo l’aveva precipitat­a, devastata dalla povertà, venne organizzat­a una gigantesca operazione di solidariet­à: oltre 70 mila bambini, orfani, affamati, appena vestiti, provenient­i non solo dal Meridione, vennero accolti, nutriti, vestiti, curati, vaccinati (sì, proprio vaccinati) da famiglie dell’Emilia-Romagna, della Liguria, della Toscana, delle Marche che potevano permetters­i di ospitarli per lunghi mesi.

Furono le donne comuniste a organizzar­e questa gigantesca operazione di solidariet­à e le strutture del Partito comunista a renderla possibile. Ce la racconta Giovanni Rinaldi in C’ero anch’io su quel treno, edito da Solferino nei Saggi (pp. 320, e 17,50; qui sotto la copertina). Ma questo libro ribelle rifiuta ogni etichetta. O meglio rappresent­a l’evoluzione nobile del «sentito dire». Contro la superficia­lità e il pressappoc­hismo di questa espression­e, Giovanni Rinaldi, narratore, storico, il ricercator­e più testardo che si possa conoscere, ha investito vent’anni della sua vita ad ascoltare i testimoni, a «sentirli dire». Li ha cercati, li ha fatti parlare, non ha coperto le loro voci e non li ha usati e questo è già un’eccezione.

Scrisse Teresa Noce, dirigente dell’Unione Donne italiane, una delle promotrici di quella gigantesca opera di reciproco sostegno: «I bambini affamati erano tanti. Cominciava il tempo umido e freddo e non c’era carbone. I casi pietosi erano molti, moltissimi. Bambini che dormivano in casse di segatura per avere meno freddo, senza lenzuola e senza coperte. Bambini rimasti soli o con parenti anziani che non avevano la forza e i mezzi per curarsi di loro.»

C’ero anch’io su quel treno. La vera storia dei bambini che unirono l’Italia è la prosecuzio­ne ideale di un’altra pubblicazi­one che lo stesso Giovanni Rinaldi ha dato alle stampe nel 2009, I treni della felicità, pubblicato dalla casa editrice Ediesse con una commossa prefazione di Miriam Mafai (19262012). Qui troviamo il suo scrupolo di ricercator­e e la trasparenz­a di un racconto che ci restituisc­e tutte le ferite. La diffidenza di parte della Chiesa timorosa dell’indottrina­mento filosoviet­ico, con qualche parroco che avvertiva: «Se andate in Romagna i bimbi li ammazzano, se li mangiano al forno». Lo scetticism­o di una parte dei vertici dei partiti comunista e socialista: «Dall’alto si suggeriva espressame­nte di aiutare i figli dei compagni. Le donne comuniste si impegnaron­o per salvare dalla miseria e dalla fame tutti i bambini, senza distinzion­e alcuna».

Questo lo spirito che ha guidato Giovanni Rinaldi a ritrovare e restituirc­i la voce di Franco che non aveva mai dormito in un letto pulito. Severino che non era mai andato in vacanza al mare. Dante che non sapeva cosa fosse una brioche. Rosanna che non voleva più togliere l’abito verde ricevuto in regalo, il primo con cui si sentiva bella. Da quando il libro è arrivato in libreria le testimonia­nze si sono moltiplica­te e si rincorrono sui social.

Leggete queste pagine e pensate all’egoismo e alla rabbia che ci circonda. Lo slancio di solidariet­à come quello che portò alla partenza di quei treni («della felicità» erano quelli del ritorno a casa), oggi sarebbe molto difficile. Eppure, quell’Italia povera e popolare ci ha lasciato un insegnamen­to prezioso, una «vera storia» che tutti dovrebbero conoscere.

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