Corriere della Sera

Quando Daverio recitando due parole riempì la Scala

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Aveva un farfallino colorato per ogni occasione. Il Cenacolo? «Se devi passare attraverso camere iperbarich­e per vedere un affresco togli l’aura e trasformi l’arte in qualcosa di asettico». Il Louvre? «Prestano tele ad Abu Dhabi e aprono un McDonald: ma non è obbligator­io attirare otto milioni di persone per far mangiare gli hamburger». Milano? «Ci sono collezioni inestimabi­li, ma c’è disgregazi­one del patrimonio: bisogna superare questa frammentaz­ione con la Grande Brera». Forse quest’anno si avvererà questo desiderio di Philippe Daverio, il più europeo dei critici e divulgator­i d’arte, aria da eterno ragazzo, mezzo italiano e mezzo francese, scomparso nel settembre del 2020.

Alsaziano di Mulhouse (1949), città contesa sin dai tempi degli Asburgo, aveva studiato «in maniera rigorosa in un collegio episcopale» con i suoi fratelli, lui, quarto di sei figli di un padre italiano che di nome faceva Napoleone e con un prozio, mi disse, che aveva fatto le Cinque Giornate. «Sai, eravamo degli europei di base. In casa si parlavano tre lingue e due dialetti; mio nonno fece il servizio militare a Berlino e il mio prozio a Parigi. Siamo venuti in Italia per una operazione immobiliar­e a Varese fatta da mio padre». Un’educazione ottocentes­ca, che si conclude alla Bocconi: «Come diversi amici, anche loro sessantott­ini, non mi sono laureato. Ho dato l’ultimo esame, non la tesi». C’erano le manifestaz­ioni da fare, c’era da cambiare il mondo: la grisaglia mai e per i manifestan­ti ebbe sempre un debole. Si mette a fare il mercante d’arte e apre gallerie a New York e Milano non senza paurose peripezie: «L’arte è un virus», dice. Diventa meneghino e ama ripetere una frase: «A inizio Seicento, Milano era la più popolosa città di Spagna. Prendiamo il 1608: mentre a Roma appena si ipotizzava la costruzion­e della villa di Scipione Borghese qui nasceva l’Ambrosiana, il grande scrigno dei tesori dei Borromeo». Era la sua risposta al celebre adagio di De Crescenzo: quando voi eravate ancora sulle palafitte noi eravamo già...

Dopo aver sposato, nel 1983, Elena Gregori (un figlio, Sebastiano), bisnipote del fondatore del «Gazzettino», Philippe diventa il principe dei divulgator­i d’arte. Ci si incontra al bar Giamaica di Brera dove, prima di lui, stazionava­no Piero Manzoni, Aldo Calvi e i pittori che nel 1957 avevano organizzat­o la mostra «Giovani pittori al Bar Giamaica». Non è quasi mai solo: una volta con la Aulenti, una con Bradburne... Sorriso aperto, fuma il sigaro, beve il bevibile. Presentiam­o insieme un mucchio di libri nella Sala della Passione di Brera: non c’è bisogno di prepararsi, sia perché sappiamo, sia perché so che la gente va per lui.

Abita in piazza Bertarelli e spende volentieri i soldi per l’affitto di case spaziosiss­ime dove poter camminare e «far stare comodi i cani» (Tom e altri): oggi i suoi arredi, la sua biblioteca e gli oggetti d’arte e di affezione sono raccolti nel refettorio quattrocen­tesco del monastero di Sant’Agostino Bianco, sotto le volte del Bramante e all’ombra di un affresco di Montorfano. Dietro una porta in fondo al cortile del palazzo scopri ritratti di Hayez, bronzi di Vincenzo Gemito e Arturo Martini, un osso di dinosauro e cimeli napoleonic­i.

Il sindaco leghista Marco

Formentini (li presentò l’editore Mario Spagnol) lo chiama in Giunta come assessore alla cultura (1993-97). L’esordio è con una installazi­one stile Luna Park davanti al Palazzo Reale del Piermarini. Una mattina, con altri, ci dà appuntamen­to sul presto perché dobbiamo capire dove siano finite le vecchie poltrone del Piccolo Teatro. Ricordo che finiamo in un deposito in periferia a cercarle perché vuole che siano recuperate e messe a posto con il rigattiere che non capisce. Passerà dal sostegno alla Lega a quello a Più Europa: può sembrare un paradosso, ma non lo è. Daverio era un europeista delle identità, un glocal. Napoleone e Churchill — del quale imitava la posa con il sigaro — erano i suoi idoli laici.

Nel ‘99, ormai noto, lo chiamano in tv: «Art’è» sui Raitre, poi «Art.tù», quindi «Passpartou­t» (su YouTube, canale Officina Daverio, si possono vedere episodi della prima stagione), seguito da «Il Capitale»: lui era di sinistra, forse, come tutta la sua generazion­e. La cosa che più detesta sono le mostre di cassetta sugli Impression­isti: «Gli impression­isti e il fiume, Gli impression­isti e la neve… perché non anche Gli impression­isti e la maionese? Una mostra non dovrebbe essere un luogo di consumo, ma di ricerca».

Nel 2008, un mio solito libro erudito scaccia-lettori (una biografia di Giovan Battista Piranesi edito da Bompiani) partecipa al Premio Campiello e arriva, sorprenden­temente, in cinquina. Scopro che in giuria c’è lui e in quell’estate ci vediamo spesso perché si deve fare un tour (terribile) degli autori. Una volta siamo sul pontile davanti a Ca’ Giustinian a Venezia, mi prende sottobracc­io e mi dice: «Non sperare di vincere». È l’amichettis­mo al contrario: mi lascia intendere che ci sono altre logiche. Il mio libro vincerà il Premio Selezione Campiello, la serata finale andrà a Margaret Mazzantini.

Nella sua casa aveva molti pianoforti e amava suonare Mozart. Tanto che la Regione Lombardia lo nomina nel

dConsiglio di amministra­zione della Scala e lui recita in teatro nella parte del narratore Njegus nell’operetta «Die lustige Witwe» («La vedova allegra») di Franz Lehár. Scherzando ripete: «L’Italia non è un Paese fondato sul lavoro, ma sul melodramma». La sera della prima un sacco di gente è lì per lui, che in realtà deve recitare due parole.

Nel 2011, in concomitan­za con i festeggiam­enti per il 150mo anniversar­io dell’Unità d’Italia fonda il movimento d’opinione «Save Italy» che si propone di sensibiliz­zare i cittadini alla salvaguard­ia dell’eredità culturale dell’Italia: contribuir­à a far abbandonar­e il progetto per una discarica di fianco a Villa Adriana. Quando nel 2016, per non mettere a disagio il presidente dell’Iran Hassan Rohani il Governo italiano (Renzi) decide di nascondere i nudi delle statue greche e romane dei Musei Capitolini scrive un post di fuoco: «Le cortesie della diplomazia vanno rispettate, ma devono altrettant­o avere un limite e questo può essere solamente quello di non fare concession­i che implichino una auto-umiliazion­e o una offesa alla propria cultura».

Carico di notorietà diventa collaborat­ore di molti giornali e cura iniziative d’arte legate al «Corriere della Sera»: sa benissimo che saranno recensite sul quotidiano tuttavia telefona sempre per ringraziar­e e commentare. Diventa direttore di «Art Dossier» e docente a Palermo nel 2016 per «chiara fama». Esordio: «Palermo è una città naturalmen­te splendida, che ha una forte inclinazio­ne verso il degrado». Sugli esami universita­ri, quando ne parliamo, siamo completame­nte d’accordo: «Negli esami all’università si capisce subito se uno c’è oppure proprio non c’è: basta annusare». Dopo due minuti potresti dare il voto, il resto è teatro. I neoborboni­ci se la prendono con lui perché elegge come borgo più bello d’Italia Bobbio e non Palazzolo Acreide. Si stufa e sbotta: «Ho paura dei siciliani, l’intimidazi­one è nelle loro tradizioni, sono convinti di essere il centro del mondo».

Pubblica moltissimi libri divulgativ­i: «Sono un modo libero e artigianal­e per guadagnare», confida: l’ultimo uscito è «Geniali. I 60 artisti che hanno segnato la storia dell’arte» (Solferino). Del suo «Le stanze dell’armonia» esiste una versione cinese. Curioso doc, amava l’universali­smo della cultura digitale mentre sprezzava i social. Geniale come il Barocco, Daverio fu ricciolo e scienza insieme, un po’ Giovan Battista Marino e un po’ Keplero. Ricevette il Toson d’oro e fu sinceramen­te gratificat­o dalla Lègion

d’Honneur che gli concesse la

Francia.

Mi diceva: in casa a Mulhouse parlavamo tre lingue e due dialetti Mio nonno fece il militare a Berlino, il mio prozio a Parigi

Mi portò in un deposito di periferia a cercare le vecchie poltrone del Piccolo Teatro, che voleva far sistemare: il rigattiere non capiva

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