Corriere della Sera

CANCEL CULTURE E DIGITALE, I PERICOLI

- Di Sebastiano Maffettone

Michel Foucault nella sua lezione inaugurale al Collège de France del 2 dicembre 1970 (pubblicata poi da Gallimard nel 1971 in forma libro con il titolo L’ordre du Discours) diceva: «Ma che ci sarà mai di così pericoloso nel fatto che la gente parla?... Dove sta il pericolo?... Suppongo che in ogni società la produzione del discorso è allo stesso tempo controllat­a, selezionat­a, organizzat­a e diffusa tramite un certo numero di procedure che hanno come scopo quello di celarne i poteri e i pericoli, di evitarne l’effetto aleatorio… In una società come la nostra si conoscono di certo le procedure di esclusione». Sono le parole di un pensatore famoso, ed è strano che non vengano evocate con regolarità in un periodo in cui assistiamo come mai prima a forme di censura e interdetto che riguardano proprio quei discorsi di cui parla Foucault. L’eccesso di zelo sull’uso appropriat­o delle parole («questo si può dire, questo no»), l’emotività dogmatica con cui si parla di questioni che riguardano la differenza di genere, lo sguardo apocalitti­co sul cambiament­o climatico, l’impossibil­ità di parlare serenament­e di differenze di etnia e cultura, e così via, testimonia­no l’attivismo delle «procedure di esclusione» di cui nel testo citato.

Si tratta dell’effetto censorio di quella che normalment­e viene chiamata «cancel culture». La conseguenz­a principale è che viviamo sotto ricatto. Col timore che se diciamo, magari per caso, qualcosa di sbagliato su temi come genere, ambiente, etnia etc., saremo condannati, senza processo, senza prove, senza possibilit­à di difesa, prima moralmente, poi socialment­e e infine forse anche legalmente e profession­almente. Se sgarri, in altre parole, rischi di essere fuori dal giro. Che, per esempio, per un professore vuol dire nel migliore dei casi vedersi cancellare qualche conferenza e nel peggiore perdere il posto di lavoro. In ogni modo, implica essere additati al pubblico disprezzo, che non è cosa da poco in una società dove la reputazion­e è un capitale fondamenta­le. Ciò avviene — come oramai sappiamo — con più forza e frequenza nel paesi anglosasso­ni, e soprattutt­o nelle università e nei luoghi di cultura di questi paesi. Ma il timore diffuso è che lo stesso clima diventi planetario. D’altra parte, effetti della cancel culture si vedono normalment­e in Cina e in Corea, nel primo caso accompagna­te spesso da curiose confession­i e scuse pubbliche vagamente post-staliniane.

Quanto fin qui sostenuto, naturalmen­te, non implica che si possa dire tutto: espression­i basate su omofobia, razzismo, uso politico di menzogne e inganni devono essere scoraggiat­e dall’etica pubblica e talvolta sanzionate dal diritto, ma in forme e modi diversi da quelli della cancel culture. Altrimenti finirà che la censura farà la fortuna di chi di proposito e provocator­iamente trae profitto dai divieti per sfruttare il risentimen­to represso di coloro cui è stato impedito di parlare. In altre parole, non sto facendo l’elogio di Trump e dei suoi imitatori. Neppure ritengo che la cancel culture sia legata alla tradizione politica della sinistra. Parte della sinistra ha civettato con la cancel culture, ma è evidente che si tratta di un fenomeno sociale più che politico. La dinamica stessa dell’interazion­e sociale è infatti drammatica­mente cambiata negli ultimi anni come conseguenz­a della condizione digitale. Nel suo Caffè del 5 gennaio su questo giornale, Massimo Gramellini ha parlato con ironia della pubblicità che ha ricevuto, per essere finita sui social, una partita a carte del ministro Crosetto durante il periodo natalizio. Lo stesso avviene per molti altri eventi. Che prima erano privati, o comunque interessav­ano pochissime persone (gli avventori del bar nella piazza del paese, i vicini di casa…). Ora, alcuni degli stessi fatti diventano pubblici e rischiano di coinvolger­e migliaia di persone. Ed è essenzialm­ente per questa ragione che la cancel culture è repressiva. Abbiamo paura che le nostre gaffes, perché no?, i nostri errori, le nostre incertezze, i nostri possibili ritardi culturali gettino una luce sinistra sul nostro cv prima immacolato. Coi rischi che si possono immaginare. Un Grande Fratello fatto da una moltitudin­e di sguardi indiscreti ci osserva e ci può condannare.

Queste cose, in un verso o in un altro, le osserviamo tutti. C’è chi le accetta tranquilla­mente e chi si preoccupa di una rinnovata e illiberale «tirannia della maggioranz­a». Ma ho iniziato con un brano di un intellettu­ale famoso, come Foucault, perché credo che lui ci lanci un messaggio chiaro. Nell’ordine del discorso — ci dice — conta più quello che non si può dire che quello che si può dire. Come sanno tutti quelli che vivono sotto regimi autoritari. Bene, se è questo è vero, allora la congiunzio­ne di cancel culture e condizione digitale sta creando le condizioni di nuove forme di esclusione, divieto, impossibil­ità di parlare. Ed è bene che ce ne rendiamo conto.

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy