Corriere della Sera

Cronache viste da dentro Il secolo lungo de «l’Unità»

Il 12 febbraio 1924 nasceva il giornale fondato da Gramsci. Lo rievoca Roberto Roscani per Fandango

- Di Paolo Conti

L’omaggio allo stile umano e profession­ale di Alberto Jacoviello, storico inviato di esteri de «L’Unità», porta la firma di Indro Montanelli che condivise con lui i giorni della rivolta dell’Ungheria nel 1956 contro i carri armati sovietici. Jacoviello, raccontò Montanelli (la testimonia­nza appare in Profili di grandi giornalist­i lucani, di Annalisa Tarullo), era diviso tra fedeltà alla linea ufficiale del Pci a favore di Mosca e istintivo sostegno all’insurrezio­ne antirussa: «Mi appariva come uno che, avendo preso i voti, sente crescere in sé la forza dell’eresia, e non trova scampo. In quel clima di disperazio­ne Jacoviello si dimostrò d’altronde un eccellente collega: non profittò mai della posizione di privilegio che, almeno in teoria, doveva venir riconosciu­ta a un comunista in un Paese comunista». Detto da Montanelli, una medaglia sul campo.

Il libro L’Unità. Una storia, tante storie di Roberto Roscani, appena uscito da Fandango è una miniera di testimonia­nze e racconti (come Montanelli-Jacoviello) sulla vicenda dell’organo ufficiale del Pci ideato da Antonio Gramsci e uscito per la prima volta esattament­e cent’anni fa, il 12 febbraio 1924. Chi conosce Roscani sa che è il suo primo libro («non scriverei cose che non avrei voglia di leggere») perché ignora manie di protagonis­mo. Roscani entrò in quella redazione nella primavera 1974, diventando anni dopo capo della sezione Cultura e Spettacoli, e lì rimase fino alla traumatica chiusura nel luglio 2000, appresa al telefono al rientro da una vacanza all’estero. Da testimone di lungo corso narra «una storia nella Storia d’Italia e dentro — come in una matrioska — ci sono le storie di chi l’ha scritta e di chi l’ha letta, di chi l’ha diretta e di chi l’ha diffusa, di chi l’ha portata con orgoglio, piegata in tasca o ostentata alle manifestaz­ioni…»: cronache del quotidiano nella seconda metà del Novecento. Poi, certo, «L’Unità» è tornata nel nuovo secolo ma, scrive l’autore, «le storie seguite nel nuovo millennio sono altre storie, quello che chiuse nel luglio 2000 era il quotidiano fondato da Gramsci e soprattutt­o rifondato da Palmiro Togliatti, il giornale di partito più diffuso in Italia e nell’Europa occidental­e».

Il libro non vuole essere un manuale di storia diacronico, ma procede per vicende e temi. Per esempio la presenza di ex democristi­ani in redazione, poco nota al grande pubblico ma culturalme­nte significat­iva. Mario Melloni, alias Fortebracc­io, ex fustigator­e di comunisti da direttore dell’organo della Dc «Il Popolo» e poi sarcastico corsivista su «L’Unità». E Ugo Baduel, destinato a firmare sul giornale la cronaca dell’agonia e della morte di Enrico Berlinguer nel giugno 1984: bello il passaggio sui famosi titoli per le edizioni straordina­rie, solo parole in rosso maiuscolo in carattere Franklin cubitale a mezza pagina, «È MORTO», «ADDIO». Poi «TUTTI» per i funerali. Pochi mesi prima c’era stato «ECCOCI» per i cortei operai a difesa della scala mobile. Modulo comunicati­vo che inconsapev­olmente anticipava gli sms della nostra contempora­neità. C’è il complesso rapporto di Pier Paolo Pasolini con il quotidiano tra stroncatur­e (leggendari­a quella di Carlo Salinari, uomo della Resistenza e temuto docente di Letteratur­a italiana a La Sapienza di Roma, che nel 1955 condannò il «gusto del morboso» in Ragazzi di vita) e rivalutazi­oni (già nel 1957, per Una vita violenta, Michele Rago parlò di «vigorosa denuncia dello stato di violenza che produce tra i giovani altra violenza»).

Ecco la morte, il 6 dicembre 1966, dell’allora direttore Mario Alicata, ucciso da un infarto nel letto di una signora che non era la sua compagna ufficiale: la poveretta avvisò nel panico la vigilanza delle Botteghe Oscure che spostò il corpo in una clinica romana da dove partì poi la notizia ufficiale della scomparsa «per arresto cardiaco in sala operatoria, dopo alcune cure».

C’è l’onesta ammissione della iniziale incapacità di comprender­e, in redazione, il fenomeno del 1977 con la storica contestazi­one di Luciano Lama, leader della Cgil, all’università La Sapienza. Poi la ricostruzi­one dello «Tusnami del 1982» (titolo del capitolo), ovvero «della pubblicazi­one di “un documento artefatto”, come lo definirono gli analisti dei Servizi segreti, che chiamava in causa esponenti della Dc, cioè Francesco Patriarca e Vincenzo Scotti, come protagonis­ti di una trattativa col capo camorrista Raffaele Cutolo per ottenere la liberazion­e dell’assessore regionale Ciro Cirillo, rapito dalle Brigate Rosse». L’allora direttore Claudio Petrucciol­i, che si dimise dopo la scoperta del finto scoop, ha fornito a Roscani tutti i documenti per una storia ancora non del tutto decifrabil­e.

C’è infinitame­nte molto altro nella matrioska di Roscani (ecco direttori come Emanuele Macaluso, Walter Veltroni, Renzo Foa), tutto materiale accurato e documentat­o. Un capitolo essenziale della storia dell’Italia repubblica­na.

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Milano, 1973: manifestan­ti alla Festa nazionale dell’Unità (foto Archivio Fondazione Gramsci onlus)
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In alto: Enrico Berlinguer nel 1984 in piazza per la scala mobile (Ansa). Qui sopra: Antonio Gramsci (terzo da sinistra) con un gruppo di amici
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