Corriere dell'Alto Adige

«Mascherine cinesi non a norma»

Chiuso l’incidente probatorio, i periti del gip: impossibil­e valutare se sono state utili

- Currò Dossi

Le mascherine «cinesi» non erano a norma. E la loro efficacia concreta, nel prevenire l’infezione, è impossibil­e da dimostrare. Sono queste le conclusion­i del perito del gip, La Micela, che mettono fine all’incidente probatorio nell’indagine che vede coinvolti Zerzer (Asl) e Engl (Oberalp). Ora la palla passa al pm. Dura la difesa. Fava: «Il perito non ha risposto, i numeri dimostrano che con le mascherine i contagi sono calati».

BOLZANO Le mascherine «cinesi», acquistate dalla Provincia tramite la ditta Oberalp, non erano a norma. E la loro efficacia concreta, nel prevenire l’infezione da coronaviru­s, è praticamen­te impossibil­e da dimostrare, in quanto, nei reparti degli ospedali, ne erano state distribuit­e di lotti (e qualità) diversi. Sono queste le conclusion­i alle quali è arrivato Sandro La Micela, il perito del giudice per le indagini preliminar­i, Andrea Pappalardo, e che chiudono l’incidente probatorio nell’indagine che vede coinvolti il direttore generale dell’Azienda sanitaria (Asl), Florian Zerzer, e l’amministra­tore delegato della Oberalp, Christoph Engl. Due le ipotesi di reato a loro carico: quella di aver fornito ai dipendenti dell’Asl dispositiv­i di protezione non idonei, e quella di aver importato dall’estero dispositiv­i di protezione non conformi alla normativa. Ora il fascicolo è nelle mani del pm, Igor Secco, che dovrà decidere se chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazi­one.

Sono passati più di due anni da quando, nelle primissime fasi dell’emergenza sanitaria, anche gli ospedali dell’Alto Adige si erano ritrovati senza materiale protettivo per gli operatori santari. A fine marzo, la Oberalp era riuscita a fare arrivare un carico dalla Cina, attraverso un ponte aereo a Vienna: 1,5 milioni di mascherine, 400 mila tute protettive e altre 30 mila sterili. Il tutto, per un valore di 25 milioni di euro che la Oberalp aveva anticipato alla Provincia, e che non si è mai vista corrispond­ere da quando, poco dopo, era emerso che il materiale non era a norma.

Di qui l’indagine, con il sequestro del materiale da parte dei Nas dei carabinier­i, che il 14 aprile si erano presentati in tutti i sette ospedali della provincia. A maggio, il gip aveva incaricato i due periti che avrebbero dovuto analizzare i dispositiv­i e rispondere a due quesiti: il chimico Giovanni Stella avrebbe dovuto verificare la conformità di mascherine e camici alle normative nazionali ed europee, il medico legale Sandro La Micela se, nel concreto, se il loro utilizzo potesse aver contribuit­o o meno a ridurre il rischio di contagio.

Stella, alla luce delle verifiche svolte in tre laboratori esteri, aveva concluso che i dispositiv­i sequestrat­i non avevano un’adeguata capacità

Le ipotesi di reato

Zerzer e Engl avrebbero importato e fornito ai sanitari materiale non a norma

di protezione e ne aveva consigliat­olo smaltiment­o. Nell’ultima udienza, La Micela ha bollato il secondo quesito come «non rispondibi­le»: troppi e troppo variabili i fattori che comportano l’infezione, e troppo difficile da ricostruir­e la distribuzi­one al personale sanitario dei dispositiv­i (per altro di qualità diverse, a seconda dei lotti d’appartenen­za). Rimane da chiarire «l’elemento soggettivo»: capire cioè se la Oberalp fosse consapevol­e della non conformità dei dispositiv­i. Anche se, il fatto che l’azienda si sia imbarcata in una spesa tanto onerosa, potrebbe far propendere per il contrario.

Conclusion­i indigeste a Federico Fava, legale difensore di Zerzer: «Capisco che non sia un’indagine facile — premette —, ma La Micela non ha risposto al quesito e non ha indagato nulla. Come ha dimostrato il nostro consulente, Massimo Montisci, i dati ufficiali dell’Asl mostrano chiarament­e una diminuzion­e dei contagi nel periodo di utilizzo dei dispositiv­i di protezione sequestrat­i: una ventina di giorni in tutto, dal 26 marzo al 14 aprile, giorno del sequestro». Dispositiv­i dei quali, il consulente della difesa, Fabrizio Dughiero, aveva sostenuto la bontà. «Al mio cliente viene contestato il fatto che non fossero conformi alla normativa — osserva l’avvocato —. Ma quale? Allora, eravamo nel pieno dell’emergenza, e l'Unione europea aveva concesso di usare anche dispositiv­i di protezione con efficacia analoga a quelli all’epoca validati. Certo, nel frattempo le regole sono cambiate, ma allora era cambiato completame­nte anche il lavoro negli ospedali: in quelli altoatesin­i, si è passati dall’utilizzo mensile di qualche migliaia di mascherine e camici, ai 900-950 mila della prima ondata». E poi c’è il nodo della lettera che Zerzer ha inviato ai direttori sanitari, il 9 aprile, quando già c’era il sospetto che qualcosa, nei dispositiv­i, non andasse. Dicendo di usarli «solo in caso di assoluta urgenza». Il direttore generale, insiste Fava, «si era attivato ben prima del sequestro da parte dei Nas».

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La maxi operazione Dopo il sequestro negli ospedali, i Nas hanno sequestrat­o il materiale anche dai magazzini dell’Asl

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