Lo Spe­cial One quan­do era al Real in­fi­lò un di­to nell’oc­chio di Vi­la­no­va

Corriere dello Sport Stadio (Firenze) - - Il Caso Del Giorno - Fu.za.

L’in­sul­to di Sar­ri a Man­ci­ni rien­tra nel­la ca­si­sti­ca del­le li­ti tra al­le­na­to­ri, re­par­to vil­la­ne­rie, le tro­vi nel set­to­re tra­va­si di bi­le. L’uso del ter­mi­ne «fi­noc­chio» e si­mi­li è già agli at­ti pal­lo­na­ri: il por­tie­re del­la Reg­gi­na So­vie­ro se ne uscì con un sor­pren­den­te «ric­chio­ne» ri­vol­to a Del Pie­ro: il bru­to ac­com­pa­gnò il fi­ne ge­sto con un fur­ti­vo sven­to­lio del­la ma­no, ine­qui­vo­ca­bi­le il la­bia­le di Dia­man­ti in un Bo­lo­gna-Genoa («Fi­noc­chio di m...» ri­vol­to a Bor­riel­lo). Del re­sto, di che ci stu­pia­mo? Il più gran­de di tut­ti, Ma­ra­do­na, ad an­ni al­ter­ni la but­ta là: Pe­lè era gay. Tor­nia­mo a noi. Di so­li­to l’al­le­na­to­re se la pren­de con l’arbitro (un clas­si­co: ma vaff....., è ri­go­re, fuo­ri­gio­co, ros­so, giallo ec­ce­te­ra), con i gio­ca­to­ri av­ver­sa­ri (Gia­gno­ni stese Cau­sio con un caz­zot­to du­ran­te un Juve-Toro nei ru­span­ti an­ni 70), con i ti­fo­si pro­pri (Ca­pel­lo, di­to me­dio ai tem­pi del Real) e del­la squa­dra op­po­sta (la fol­le cor­sa di Maz­zo­ne in Bre­scia-Ata­lan­ta, De­lio Ros­si, di­to me­dio a quel­li del­la Ro­ma, Co­smi che esce dall’Olim­pi­co ur­lan­do «For­za Ro­ma» ai la­zia­li), ta­lo­ra me­na­no i pro­pri gio­ca­to­ri (gli schiaf­fi di Ros­si con Lja­jic, la scaz­zot­ta­ta tra Di Ca­nio e Clar­ke); di­cia­mo che è me­no fre­quen­te l’at­tac­co fron­ta­le al col­le­ga. E quan­do ca­pi­ta fa un cer­to scal­po­re.

STUMPF, NEL SE­DE­RE. Il cal­cio nel se­de­re che Sil­vio Bal­di­ni ri­fi­lò a Mim­mo Di Car­lo (Par­ma-Ca­ta­nia, 2007) è una sce­na da car­to­ni ani­ma­ti, tal­men­te roz­za e ge­nui­na da far ri­de­re. Che hai det­to? Stumpf, bec­ca­ti que­sto. Più ca­ro­gne­sco il ditino che Mou­ri­n­ho ri­fi­lò nell’oc­chio di Ti­to Vil­la­no­va, in un «Cla­si­co» fi­ni­to in ris­sa. Sem­pre Mou, in un Ar­se­nal-Chel­sea, spin­se all’esa­spe­ra­zio­ne quel di­stin­to si­gno­re di Ar­se­ne Wen­ger. Con­tat­to tra i due, una spin­ta­rel­la, fat­ti più in là, la si­mu­la­zio­ne del più coat­to e an­ti­spor­ti­vo dei ge­sti: il te­sta a te­sta, co­me due che ven­go­no al­le ma­ni per un par­cheg­gio. Li di­vi­se­ro. Amar­si mai, per chi si odia co­me noi. La ri­va­li­tà tra al­le­na­to­ri è fi­sio­lo­gi­ca. Ce l’hai con me? Ce l’ha con me? Bi­so­li a Fo­sca­ri­ni, in un Cit­ta­del­la-Ce­se­na di B. Lo bec­cò la te­le­ca­me­ra: «Aspet­ta­mi do­po». Ma an­che no. Co­me fe­ce­ro Ju­len Lo­pe­te­gui e Jor­ge Je­sus in un Ben­fi­ca-Por­to dell’an­no scor­so. Sce­na: a fi­ne par­ti­ta i due si av­vi­ci­na­no, si ab­brac­cia­no, Lo­pe­te­gui sus­sur­ra una co­suc­cia all’orec­chio del col­le­ga. Apri­ti cie­lo: se non si me­na­no, è so­lo per­ché in­ter­ven­go­no gli al­tri. In un Sie­na-Ju­ven­tus del 2012 l’av­ve­le­na­to

Sil­vio Bal­di­ni sfer­ra un cal­cio a Do­me­ni­co Di Car­lo E poi ci sa­reb­be da par­la­re del ta­bù dell’omo­ses­sua­li­tà nel cal­cio. Tut­ti ma­chis­si­mi i cal­cia­to­ri, co­me no. Fam­mi un pie­no di te­sto­ste­ro­ne, gra­zie. L’in­sul­to gra­tui­to e gre­ve di Sar­ri a Man­ci­ni non è nem­me­no fi­glio del raz­zi­smo, ma dell’igno­ran­za, di un re­tag­gio cul­tu­ra­le do­ve l’idea di es­se­re - per dir­la al­la Sar­ri - «fi­noc­chio» è un’of­fe­sa. Qui ca­ver­na,

Hi­tzl­sper­ger na­zio­na­le te­de­sco ex La­zio: «Nel cal­cio l’omo­ses­sua­li­tà è igno­ra­ta»

a voi mon­do. Poi ci si scu­sa, ok. Ops, non in­ten­de­vo quel­lo. Ma è que­stio­ne di cul­tu­ra mar­cia: si am­mic­ca, si sghi­gnaz­za, si va di de­fault, si pro­ce­de tra ste­reo­ti­pi e di­scri­mi­na­zio­ni più o me­no in­vo­lon­ta­rie. In­ve­ce, l’omo­ses­sua­li­tà nel cal­cio è una que­stio­ne che - al net­to del gos­sip da pia­ne­rot­to­lo - rac­con­ta sto­rie co­rag­gio­se, tal­vol­ta tra­gi­che.

In epo­che re­cen­ti il pri­mo cal­cia­to­re a di­chia­ra­re la pro­pria omo­ses­sua­li­tà fu l’in­gle­se Ju­stin Fashanu. All’ini­zio de­gli an­ni ‘80 gio­ca­va nel Not­tin­gham Fo­re­st. Era un ta­len­to, l’ave­va­no pa­ga­to un mi­lio­ne di ster­li­ne. Su­bì le ves­sa­zio­ni del suo al­le­na­to­re, il leg­gen­da­rio Brian Clou­gh. Dia­lo­go nel­lo spo­glia­to­io. «Ju­stin, do­ve vai se vuoi una pa­gnot­ta? Da un for­na­io. E se vuoi un co­sciot­to d’agnel­lo? Da un ma­cel­la­io. Al­lo­ra mi spie­ghi per­ché caz..vai in quei lo­ca­li per fro­ci?». E giù ri­sa­te. Ju­stin pas­sa an­ni d’in­fer­no. Ne­gli sta­di gli ti­ra­no le ba­na­ne, gli ur­la­no «bloo­dy poof», «dan­na­to fro­cio». A trent’an­ni, men­tre vi­vac­chia al tra­mon­to di una car­rie­ra mai esplo­sa, fa co­ming out e ven­de l’esclu­si­va al “Sun” per 100.000 ster­li­ne. Vie­ne ri­pu­dia­to dal fra­tel­lo, John, pu­re lui cal­cia­to­re di suc­ces­so, emar­gi­na­to, so­lo di­spe­ra­to, nes­sun club lo tes­se­ra, smet­te di gio­ca­re, ha guai con la giu­sti­zia, scap­pa in Ame­ri­ca, pro­va ad al­le­na­re, tor­na. A 37 an­ni de­ci­de di far­la fi­ni­ta. Lo tro­va­no ap­pe­so ad una cor­da, in un ga­ra­ge nei sob­bor­ghi di Lon­dra.

Qual­che an­no fa un centrocamp­ista olan­de­se, Do­mi­ni­que Van Di­jk, di­chia­ra di es­se­re gay e am­met­te: so co­sa mi aspet­ta, me la fa­ran­no pa­ga­re. In Tur­chia l’arbitro Ha­lil Ibrahim Dinc­dag va in ti­vù e al­za il ve­lo sull’ipo­cri­sia: so­no omo­ses­sua­le. Vie­ne so­spe­so dal­la fe­de­ra­zio­ne tur­ca, gli tol­go­no il la­vo­ro, non ar­bi­tra più. In Bra­si­le ta­le Ri­char­ly­son Bar­bo­sa Fe­li­sbi­no, fi­ni­sce nel mi­ri­no per­ché scu­let­ta do­po ogni gol. Si di­fen­de, non so­no gay. En­tra­no in gio­co gli av­vo­ca­ti, la sto­ria fi­ni­sce in tri­bu­na­le. Il giu­di­ce scri­ve te­stual­men­te: «Se un omo­ses­sua­le vuo­le gio­ca­re a pal­lo­ne, può far­lo, ma so­lo con i suoi si­mi­li, met­ten­do in pie­di un’al­tra Fe­de­ra­zio­ne. Ognu­no de­ve sta­re al suo po­sto, ogni scim­mia sul suo ra­mo, ogni gal­lo nel suo pol­la­io». Ai ra­mi e al­le scim­mie, a que­sto sia­mo ri­dot­ti. Fi­ni­sce in ris­sa. Al­tro pro­ces­so, sen­ten­za ri­bal­ta­ta. Il fat­to è che nel cal­cio si ten­de a ri­muo­ve­re, glis­sa­re, osten­tan­do una li­be­ra­li­tà che è so­lo di fac­cia­ta. Pre­va­le la re­ti­cen­za, l’omis­sio­ne. Pri­gio­nie­ri di una cul­tu­ra ma­schi­li­sta, i Ju­stin Fashanu, l’at­tac­can­te ha gio­ca­to in In­ghil­ter­ra e in Ame­ri­ca cal­cia­to­ri omo­ses­sua­li vi­vo­no spes­so ma­le la pro­pria iden­ti­tà, si na­scon­do­no, spac­cia­no per ve­re fi­dan­za­te di co­per­tu­ra ri­mor­chia­te per oc­cul­ta­re. Ne­gli ul­ti­mi an­ni, qual­che vo­ce can­ta fuo­ri dal co­ro. Lo sve­de­se An­ton Hy­sen, fi­glio di Glenn che gio­cò nel­la Fio­ren­ti­na, si è di­chia­ra­to gay, ed è sta­to tra i po­chis­si­mi a far­lo a car­rie­ra in cor­so. Il fran­ce­se Oli­vier Rouyer (ban­die­ra del Nan­cy ne­gli an­ni ‘70) si è di­chia­ra­to a cin­quant’an­ni; l’ame­ri­ca­no Rob­bie Ro­gers (L.A.Ga­la­xy) l’ha an­nun­cia­to il gior­no del ri­ti­ro. Due an­ni fa il centrocamp­ista del­la na­zio­na­le te­de­sca, ex La­zio, Tho­mas Hi­tzl­sper­ger re­se pub­bli­ca la sua iden­ti­tà ses­sua­le: «Non mi so­no mai ver­go­gna­to di co­me so­no. Nel cal­cio l’omo­ses­sua­li­tà è com­ple­ta­men­te igno­ra­ta». Pu­re lui, ave­va smes­so l’at­ti­vi­tà da qual­che me­se. E cal­cia­to­ri omo­ses­sua­li in Ita­lia? Non per­ve­nu­ti. E co­mun­que «Peg­gio per lo­ro», co­me ri­spo­se Cas­sa­no. «Fro­ci in na­zio­na­le? Spe­ria­mo che non ci sia­no». E tut­ti giù a ri­de­re. D’al­tron­de sia­mo nel pae­se cui pia­ce cre­de­re a quan­to dis­se in pro­po­si­to Mar­cel­lo Lippi: «In qua­rant’an­ni non ho mai co­no­sciu­to un cal­cia­to­re gay». Hou­ston, ab­bia­mo sva­ria­ti pro­ble­mi.

IL CAL­CIO DI BAL­DI­NI

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