La stir­pe de­gli in­di­strut­ti­bi­li

I PRE­CE­DEN­TI

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Il mo­to­ci­cli­smo non è nuo­vo a di­mo­stra­zio­ni di co­rag­gio che in al­tri sport sa­reb­be­ro chia­ma­te in­co­scien­za.

Bar­ry Shee­ne, l’ul­ti­mo gran­de cam­pio­ne bri­tan­ni­co, due vol­te iri­da­to nel­la 500, scom­par­so per un ma­le in­cu­ra­bi­le nel 2003, ol­tre che per i suoi suc­ces­si di­ven­ne fa­mo­so per il co­rag­gio con il qua­le tor­na­va a cor­re­re do­po gra­vi in­ci­den­ti. Due, ter­ri­bi­li: nel 1975 gli scop­piò la gomma po­ste­rio­re sul­la so­prae­le­va­ta di Day­to­na. Un bot­to che lo ri­dus­se qua­si in fin di vi­ta, ma il mi­ti­co nu­me­ro 7 tor­nò in sel­la pre­stis­si­mo e poi­ché all’epo­ca le mo­to do­ve­va­no es­se­re av­via­te a spin­ta, chie­se di par­ti­re dall’ul­ti­ma fi­la, per non far ri­schia­re i col­le­ghi. Nel 1982 si fra­cas­sò an­co­ra le gam­be a Sil­ver­sto­ne. Ri­schiò l’am­pu­ta­zio­ne, la evi­tò ma ser­vi­ro­no ben 27 vi­ti e di­ver­se plac­che me­tal­li­che per te­ner­le as­sie­me.

Shee­ne ri­schiò di ve­der­si am­pu­ta­te en­tram­be le gam­be Ca­pi­ros­si più for­te an­che del­la tor­tu­ra

Era­no al­tri tem­pi, la si­cu­rez­za, ed an­che i con­trol­li me­di­ci, era­no quel­li che era­no. Co­sì sia il giap­po­ne­se Ta­ka­zu­mi Ka­ta­ya­ma che il su­da­fri­ca­no Jon Eke­rold, en­tram­bi iri­da­ti nel­la 350, ri­spet­ti­va­men­te nel 1977 e 1980, cor­se­ro con en­tram­be le cla­vi­co­le frat­tu­ra­te. Ma se Jon, un ex pu­gi­le cam­pio­ne dei pe­si me­di, si fe­ce ope­ra­re, Ta­ka­zu­mi ri­fiu­tò l’in­ter­ven­to e per ga­reg­gia­re ri­cor­se ad una fa­scia­tu­ra ela­sti­ca, che in­dos­sò so­pra la tu­ta, per te­ne­re le spal­le in po­si­zio­ne. ITA­LIA­NI - Fra gli eroi del pas­sa­to an­che Pao­lo Pi­le­ri, che nel 1974 a Br­no cad­de nel­la 250, frat­tu­ran­do­si pu­re lui la cla­vi­co­la. Fu por­ta­to in ospe­da­le, scap­pò per tor­na­re in cir­cui­to do­ve ga­reg­giò nel­la 125 por­tan­do la Mor­bi­del­li al secondo posto alle spal­le del cam­pio­ne del mon­do Kent An­ders­son che, in se­gno di ri­spet­to, gli al­zò il brac­cio - quel­lo sa­no - sul po­dio in­di­can­do che era il ter­na­no il pi­lo­ta da ap­plau­di­re.

Nei tem­pi mo­der­ni si­cu­ra­men­te il cam­pio­ne ad aver cor­so più ga­re con qual­che os­so rot­to è sta­to Lo­ris Ca­pi­ros­si. Se si ab­bi­na il suo no­me a “frat­tu­re” su Goo­gle esce un’en­ci­clo­pe­dia. La sua im­pre­sa più epi­ca l’ha com­piu­ta for­se nel 2000, pro­prio ad As­sen, frat­tu­ran­do­si la ma­no si­ni­stra nel war­mup. In­cu­ran­te del do­lo­re, Ca­pi­rex ri­fiu­tò l’in­ges­sa­tu­ra e chie­se la ve­ri­fi­ca per po­ter cor­re­re.

«Il me­di­co mi schiac­ciò la ma­no ver­so il bas­so - ha ri­cor­da­to l’imo­le­se - per ve­ri­fi­ca­re quan­to ma­le mi fa­ces­se. Gli sor­ri­si. Me la schiac­ciò nuo­va­men­te. Ed io sor­ri­si an­co­ra. Quan­do se ne an­dò pian­si dal do­lo­re, ma non po­te­vo ve­de­re la ga­ra in Tv» . In quel­le con­di­zio­ni il tre vol­te iri­da­to ono­rò la sua po­le con un ter­zo posto e poi, la se­ra fu ope­ra­to per ri­dur­re le frat­tu­re.

Non so­no atle­ti nor­ma­li, i mo­to­ci­cli­sti. For­se la lo­ro so­glia di sop­por­ta­zio­ne del do­lo­re è più al­ta ri­spet­to ad al­tri spor­ti­vi. In ef­fet­ti so­no più si­mi­li ai pu­gi­li che agli au­to­mo­bi­li­sti. Co­me un bo­xeur, in­fat­ti, san­no che il lo­ro sport può col­pir­li, ed an­che du­ra­men­te, ma non per que­sto bi­so­gna ab­bas­sa­re la guar­dia. Al con­tra­rio è im­pe­ra­ti­vo re­si­ste­re. E ci so­no ca­si in cui, l’im­por­tan­te, co­me ha di­mo­stra­to Jor­ge Lo­ren­zo ie­ri, non è tan­to vin­ce­re quan­to usci­re dal qua­dra­to an­co­ra in pie­di.

Da Max Biag­gi a Marco Ma­te­raz­zi, ami­ci, ti­fo­si e... ne­mi­ci non han­no le­si­na­to tweet di con­gra­tu­la­zio­ni a Va­leRos­si

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