Si­ni­sa e Arian­na il tan­go del­la vi­ta

Corriere dello Sport - - DA PRIMA PAGINA - di Gian­car­lo Dot­to

“Il tan­go è un pen­sie­ro tri­ste che si bal­la”. Ve­ro. Mai co­sì fal­so ie­ri se­ra nel­lo show di Mil­ly Car­luc­ci. Si­ni­sa e la mo­glie Arian­na, il tan­go più ba­len­go e più al­le­gro del­la sto­ria. Fi­gu­re qua e là pec­ca­bi­li.

«Il tan­go è un pen­sie­ro tri­ste che si bal­la». Ve­ro. Mai co­sì fal­so ie­ri se­ra nel­lo show di Mil­ly Car­luc­ci. Si­ni­sa e la mo­glie Arian­na, il tan­go più ba­len­go e più al­le­gro del­la sto­ria. Fi­gu­re qua e là pec­ca­bi­li. Lui non era Ro­dol­fo Va­len­ti­no e lei non era Ma­don­na in ver­sio­ne Evi­ta. I pu­ri­ta­ni del mon­do mi­lon­gue­ro si sa­ran­no strap­pa­ti le ve­sti, ma non im­por­ta. È ac­ca­du­to qual­co­sa ie­ri se­ra a “Bal­lan­do”, Ra­iu­no. E di que­sti tem­pi, in te­le­vi­sio­ne, le co­se ac­ca­do­no ra­ra­men­te.

Nem­me­no un an­no fa, 29 ot­to­bre 2019, Mi­ha­j­lo­vic su­bi­va il tra­pian­to del mi­dol­lo os­seo. Sen­ten­za da tre­ma­re: leu­ce­mia. Si bat­te, sfi­ni­sce, gua­ri­sce. Tor­na che sem­bra un re­du­ce del­la cam­pa­gna di Rus­sia, s’in­fi­la in te­sta il ba­sco dei Pea­ky Blin­ders, tra­sfor­ma la sua lin­gua in fi­lo spi­na­to, l’in­vet­ti­va dei so­prav­vis­su­ti. Ie­ri se­ra, il tan­go. Il suo ce­le­bre si­ni­stro da spa­ro gli è ser­vi­to que­sta vol­ta per fa­re la “sa­ca­da”, in­va­de­re lo spa­zio del­la spo­sa, fa­re gol sen­za nes­su­na bar­rie­ra. Sen­za bi­so­gno che fos­se un’umi­da can­ti­na di Bai­res di bic­chie­ri e ta­vo­li ro­ve­scia­ti. Sen­za spi­ne nel cuo­re e sen­za che fos­se una no­che tri­ste.

Non cre­do ai mes­sag­gi. Ma cre­do agli esem­pi. Quan­do la vi­ta ti di­chia­ra im­pu­den­te­men­te di non amar­ti, non ti re­sta che ama­re la vi­ta. È l’es­sen­za del tan­go. To­gli la don­na e met­ti la vi­ta. Ci si al­lac­cia fu­rio­sa­men­te nel tan­go per amar­si, per odiar­si e poi di­chia­rar­si perduti. Non c’era sfi­da ie­ri se­ra nel tan­go di Si­ni­sa e di Arian­na (una ver­sio­ne da “Gran­de gran­de gran­de” di Mi­na), ma so­lo com­pli­ci­tà. Nien­te col­tel­li, nien­te gua­pi, nien­te don­ne fe­di­fra­ghe. Nes­su­na ven­det­ta. Si­ni­sa e Arian­na era­no le due mez­ze me­le pla­to­ni­che riu­ni­te, quat­tro gam­be, quat­tro brac­cia e un’ani­ma so­la. Un cor­po so­lo. Un’uni­ca, rag­gian­te be­stia. A gri­dar­si in si­len­zio qual­co­sa che san­no so­lo lo­ro. Per tre bre­vi, in­ter­mi­na­bi­li mo­men­ti, un mon­do per­fet­to pie­no d’im­per­fe­zio­ni, ma an­che di “chi se ne fre­ga”. Ri­tro­va­re la vi­ta, con la scu­sa del tan­go.

Si­ni­sa si è la­scia­to vio­len­ta­re da tut­to, pri­ma la leu­ce­mia, poi il co­vid, più di ogni al­tra co­sa, la più ba­star­da, la com­mi­se­ra­zio­ne del­la gen­te, la più odio­sa per uno co­me lui. Qual­cu­no ci ha vi­sto squar­ci da mi­to su­pe­ro­mi­sti­co. Non im­por­ta qua­le sia il mo­ven­te. Quan­to l’uo­mo sia ve­ro o no. Im­por­ta che, se in gi­ro per il mon­do c’è og­gi gen­te che ar­re­tra, si chiu­de in ca­sa, ri­nun­cia a vi­ve­re, fi­nal­men­te spa­ven­ta­ta, per­ché sco­pre, toh, che l’esi­sten­za è co­sa fra­gi­le, sap­pia che lo è sem­pre sta­ta. Che fi­no a og­gi, co­me tut­ti, han­no par­te­ci­pa­to al ban­chet­to del­la gran­de il­lu­sio­ne.

Si­ni­sa e Arian­na ie­ri lo han­no te­sti­mo­nia­to, se non in­se­gna­to. Han­no scel­to la piazza che più pub­bli­ca non c’è per dir­si una co­sa mol­to pri­va­ta. Fra­gi­li sì, di­spo­sti a pie­gar­si e di­spo­ni­bi­li a spez­zar­si, co­me tut­ti noi, ma bal­lan­do. Do­ve “bal­lan­do” non vuol di­re “bal­la­re”, ma in­ven­ta­re mi­rag­gi nel de­ser­to e poi, an­co­ra, li­be­ra­re, quan­do tut­ti i ve­li ca­do­no e i piat­ti re­sta­no vuo­ti, un’in­sen­sa­ta, te­ne­ris­si­ma, ama­bi­le per­nac­chia. Sot­to gli oc­chi di tut­ti. E, se non sa­pe­te bal­la­re, al­me­no can­ta­te.

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