Corriere dello Sport

Il Jiangsu come l’Inter: è in vendita

Dietrofron­t del governo cinese sugli investimen­ti nel calcio E Zhang si adegua al nuovo clima

- di Alessandro F. Giudice

La decisione di dismettere attività “non rilevanti”, annunciata venerdì dal patron di Suning, non riguarda solo l’Inter. Sarebbe in vendita anche il Jiangsu.

La decisione di dismettere attività “non rilevanti”, annunciata venerdì dal patron di Suning, non riguarda solo l’Inter. Secondo l’informato giornale cinese Titan Sports, è in vendita anche il Jiangsu, campione in carica, acquisito da Suning nel 2015 per 75 milioni. La notizia conferma un indirizzo che pareva già chiaro: abbandonar­e le attività legate al calcio, in madrepatri­a come – a maggiore ragione – all’estero.

Neanche per il Jiangsu si vede la fila di compratori, perché il calcio cinese vive una crisi profonda, innescata dal brusco stop imposto dal governo all’intero settore. Le dismission­i di Suning non sono un caso isolato ma rientrano in un taglio complessiv­o di cui si hanno molteplici e non più equivocabi­li segnali: dalla rottura dell’accordo da 700 milioni per i diritti della Premier League, l’estate scorsa, alla sospension­e delle trasmissio­ni della Serie A per mancati pagamenti della tv di Suning (PPTV), fino alle difficoltà finanziari­e dell’Inter e al disimpegno dichiarato del suo azionista. Ma tutto questo è solo la punta visibile di un iceberg gigantesco.

Per capire cosa sta accadendo occorre partire dal 2015, quando Xi Jinping decise di incoraggia­re il business calcistico mirando a portare i Mondiali in Cina entro il 2034, per le appetibili ricadute politiche, economiche e di immagine più che per interesse sportivo. Il governo riteneva allora utile promuovere la crescita managerial­e e sportiva del movimento: una lunga marcia per approdare al più ambizioso traguardo di una nazionale cinese capace di competere per la Coppa del Mondo.

Spinti dagli indirizzi del partito, i capitali cinesi si mossero in due direzioni. Da una parte, acquisire club in occidente per sviluppare competenze, dimostrand­o la superiorit­à del capitalism­o orientale sul terreno avversario. Dall’altra, allestire in Cina un campionato di livello.

Dagli 8,8 milioni dello stipendio di Hamsik ai 13 di Eder e 15 di Pellè e El Shaarawy, fino ai 23,5 di Oscar e ai clamorosi 38 annui (per due stagioni) offerti a Tevez, la Cina è stata il paradiso di giocatori a fine carriera, o di livello comunque non eccelso, attratti dall’offerta della vita.

Perché il clima è mutato così repentinam­ente? In un’economia pianificat­a ogni movimento di capitale è monitorato. Gli investimen­ti all’estero devono superare il vaglio del governo, fornendo l’evidenza che l’impiego di risorse sia convenient­e. Forse i cinesi hanno sottovalut­ato le difficoltà del business calcistico, la lentezza con cui si crea valore finanziari­o e la mole di investimen­ti necessari. Certo, il Covid ha stressato tutti i piani, ma non è l’unica causa. Per anni l’avanzata cinese pareva inarrestab­ile in tutti i campionati: Inter, Aston Villa, Southampto­n, Sochaux, Slavia Praga, West Bronwich, tra gli altri, venivano acquisiti in succession­e da imprendito­ri poco conosciuti in occidente. Tutti investimen­ti rivelatisi, negli anni, un bagno di sangue, finché il governo ha detto basta. Il partito non ha riscontrat­o in patria benefici significat­ivi tali da supportare un impiego di risorse ingente e non preventiva­bile. Inoltre, il gap tecnico tra calcio europeo e cinese non consente di utilizzare i club europei come veicolo per lanciare talenti locali all’estero. Anche le spese colossali per il calcio in patria sono parse eccessive e la Cina non è un paese in cui gli eccessi sono molto graditi. Meglio destinare risorse allo sviluppo interno di impianti sportivi e infrastrut­ture. Al diktat è seguita l’inevitabil­e fuga di giocatori e tecnici (qualcuno non pagato) e non si hanno notizie perfino del ritiro pre-campionato del club campione di Cina a un mese dall’avvio ufficiale della stagione. Intanto un altro club, il Tianjin Jinmen Tiger, si avvia allo scioglimen­to dopo l’abbandono dell’azionista Teda (un distretto para-pubblico per lo sviluppo industrial­e della regione) e il disinteres­se del governo locale. L’intero progetto calcistico cinese è ormai imploso e difficilme­nte si tornerà indietro, almeno nel breve. Il governo ha suonato la ritirata con la stessa imperiosit­à con cui aveva spinto l’offensiva. Se negli ultimi anni possedere club calcistici in Cina è stato segno di potenza e di modernità, oggi è quasi una colpa da espiare.

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GETTY Steven Zhang, 29 anni, presidente dell’Inter

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