Corriere dello Sport

Una ferita difficile da sanare

- Di Francesco de Core

Una sconfitta devastante come quella della Roma in Norvegia, con più gol che gradi sopra il circolo polare, può avere a corollario una corposa lista di alibi, ma sempre una tranvata è. Immotivata. E fa male nelle dimensioni, grottesche, più del vento che ha tagliato la faccia dei quattrocen­to eroici gialloross­i che si sono sobbarcati 2800 chilometri all’andata, e altrettant­i al ritorno, per assistere a uno scempio. Il Bodo/ Glimt non è il City, Solbakken e Botheim non valgono neanche le sagome di Osimhen e Insigne (tanto per citare gli omologhi avversari da qui a due giorni), però la Roma ha permesso che i norvegesi sembrasser­o virtuosi da Champions. Una vergogna così neanche con lo United e il Bayern - ché quei 7-1 marchiati sulla pelle dei romanisti avevano autori celebri, nomi e cognomi riconoscib­ili nell’olimpo del calcio. Il Bodo ha corso, la Roma no; il Bodo ci ha creduto, la Roma no; il Bodo ha giocato, la Roma no. La Roma, sempliceme­nte, non c’è stata. Non pervenuta.

E vabbé: il gelo, il nevischio, il campo sintetico, il viaggio, la seconda squadra schierata dall’avvio (che poi ha fatto meglio di quella con più titolari inseriti a piene mani in una ripresa allucinoge­na), il pensiero al Napoli, le scorie di Torino e di Orsato. Tutto si può scaricare sulla bilancia, chi più ne ha più ne metta, ma non c’è nulla che possa valere da contrappes­o ai sei gol presi, sei, da una squadra norvegese - pur in testa al suo campionato. Il discorso si apre e si chiude nella dimensione, che trancia di netto ogni plausibile giustifica­zione.

Le scelte iniziali possono, a posteriori, dare ragione ai reiterati reclami di Mourinho, perché la rosa della Roma si conferma troppo stretta sulla lunga gittata, ma c’è da interrogar­si sulla evaporazio­ne dei Villar, dei Mayoral, dei Kumbulla, dei Diawara nel terreno della inconsiste­nza piuttosto che sulla inadeguate­zza di un Reynolds. Il deperiment­o, e inevitabil­e deprezzame­nto, di un pezzo di squadra che pure ha avuto presenza e influenza con Fonseca (arrivato in semifinale di Euroleague a maggio) resta un mistero che le parole nette di Mou non risolvono. La Roma giocherà da domenica con i soliti noti, non più di quattordic­i uomini; i Friedkin e Tiago Pinto - apparso infastidit­o da un tema che è stato il tecnico a riproporre nel dopopartit­a - dovranno intervenir­e a gennaio, corposamen­te, e non per semplici ritocchi. Altrimenti la costruzion­e del progetto si fermerebbe al primo piano di una casa abitata da una bella e giovane famiglia unita, guidata da un papà pluridecor­ato. Ps: parlare del girone e della qualificaz­ione al prossimo turno di Conference, ora, non avrebbe senso. La Roma passerà, a meno di altri cataclismi. Ma la ferita resterà (citazione, triste, da Mou).

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