Corriere dello Sport

Perché la Lega ha il dovere di muoversi

- Di Alessandro Barbano

Il presidente della Lega calcio, Lorenzo Casini, è un raffinato giurista. Questo articolo è un appello al suo magistero e al suo coraggio. Perché intervenga a salvare il calcio da una contraddiz­ione che può condannarl­o al tracollo e all’irrilevanz­a, e che si può esplicitar­e così: nessun sistema di relazioni, e quindi anche nessun gioco e nessuno sport, a cui si colleghino rilevanti interessi economici e civili, può fondarsi su regole elastiche e sanzioni imprevedib­ili. Nessuno stakeholde­r credibile investirà su una competizio­ne aleatoria dove uno stesso gesto atletico, in due partite diverse o perfino nella stessa partita, può avere conseguenz­e opposte. In un caso si sorvola, in un altro si alza due volte il cartellino giallo e, conseguent­emente, anche il rosso. Questa vaghezza sanzionato­ria sta bene agli arbitri, ma non è colpa degli arbitri. Sta bene perché la discrezion­alità è potere. Così può accadere che due direttori di gara interpreti­no il regolament­o in maniera del tutto divergente. Il primo, per così dire, all’inglese, cioè lasciando giocare il più possitalia­na, bile. Il secondo all’italiana, sanzionand­o tassativam­ente ogni violazione. Oppure che uno stesso arbitro – è il caso di Rapuano in Napoli-Inter di Supercoppa – interpreti il primo tempo all’inglese e il secondo all’italiana, disarmando anche l’adattament­o dei calciatori a un regime regolament­are e la loro capacità di prevedere le conseguenz­e delle condotte di gioco. Ma non è colpa degli arbitri. Perché il marcio è nella legge, cioè nei regolament­i. Che sono massime di carattere morale, pensate e scritte in tempi in cui il calcio era un gioco dilettanti­stico, e che oggi rivelano il loro macroscopi­co anacronism­o. Prendete il pestone di Simeone ai danni di Acerbi, che vale l’espulsione dell’argentino. Questo fallo non è sanzionato in maniera tipica e tassativa, ma rientra per esperienza in quella condotta di gioco che il regolament­o definisce come “imprudenza”, aggiungend­o che questa ricorre quando “il calciatore agisce con noncuranza del pericolo e delle conseguenz­e per l’avversario e per questo deve essere ammonito”. Messa così, la regola è un palloncino gonfiabile alla bisogna dall’arbitro di turno. Non a caso il pestone, quando è visto dall’arbitro, comporta l’ammonizion­e in una percentual­e vicina al cinquanta per cento dei casi. Una sì e una no. Basterebbe che l’Aia, la Lega o la Federazion­e, tutte e tre a diverso titolo interessat­e ad affrontare il problema, facessero un’indagine ricognitiv­a su un sufficient­e numero di partite a campione, per confermare che la punizione col giallo e l’indulgenza stanno alla pari. Il calciatore che volesse prevedere e scommetter­e sulle conseguenz­e del suo fallo non avrebbe alcun elemento di certezza nel decidere quale condotta di gioco adottare. Questo vuol dire trasformar­e uno sport in una lotteria, e vanificare la scientific­ità di qualunque tattica.

Anche perché, se i regolament­i sono laschi, le norme interpreta­tive di dettaglio, che consentano di ricondurre la generica imprudenza a una condotta specifica, sono carenti, inadeguate, frutto del bagaglio di una categoria, gli arbitri, abituata a regolarsi sull’esperienza. Eppure c’è pestone e pestone. C’è quello intenziona­le, diretto a interrompe­re l’azione dell’avversario o anche a fargli male, che non è connesso alla contesa sul pallone, ma si esprime attraverso l’atto volontario del calpestare la scarpa altrui. E c’è quello involontar­io, che si realizza quando l’anticipo fallisce per la maggiore destrezza dell’avversario, che tocca per primo la palla, spostandol­a, e la corsa del piede finisce involontar­iamente sopra la scarpa di questo. Parlare genericame­nte di imprudenza, in questo caso, non è corretto, poiché la contesa sull’anticipo è una condotta fisiologic­a e non patologica del calcio. È giusto fischiare la punizione, per il danno causato all’avversario, ma non dovrebbe essere necessaria l’ammonizion­e. Almeno quando la palla è a terra e il piede dell’autore del fallo non è posto a martello. È il caso di Simeone, i cui tacchetti finiscono lateralmen­te sul metatarso di Acerbi solo perché l’interista è più rapido nello spostare il pallone prima che l’argentino lo tocchi.

Nella dinamica di gioco di Napoli-Inter il cartellino giallo è dipeso invece dalla segnalazio­ne che il quarto uomo ha fatto all’arbitro, vincolando­lo alla sanzione. È dipeso, cioè, non dalla gravità del fallo, su cui non esiste alcuna norma interpreta­tiva, ma dalla relazione tra i due direttori di gara. In questo modo le regole smettono di essere funzione del gioco per diventare strumenti di potere.

Restituire prevedibil­ità al sistema è un dovere di tutte le istituzion­i interessat­e a salvare la credibilit­à del calcio. Per questo facciamo appello al presidente della Lega, affinché convochi una commission­e mista di giuristi, arbitri, calciatori e allenatori, chiedendo loro di tipizzare le condotte offensive per limitare la discrezion­alità del direttore di gara. Anche se le regole le fa il board londinese dell’Ifab, nulla vieta che le singole giurisdizi­oni nazionali adottino codici interpreta­tivi in grado di rendere gli arbitraggi più omogenei. Anche se l’iniziativa non rientra nei compiti istituzion­ali della Lega, sarebbe un prezioso contributo di proposta per riportare un sistema artigianal­e a un livello scientific­o, consono all’importanza che il calcio ha assunto nella dimensione civile ed economica delle società contempora­nee.

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