Corriere dello Sport

Kevin-Prince Boateng «Forza Mike so come ti senti»

L’ex centrocamp­ista del Milan e la sua lotta contro il razzismo «Stessa scena con me nel 2013, da allora niente è cambiato. Giusta la decisione dell’Udinese di bandire il tifoso a vita. Gli altri club si adeguino»

- Di Antonio Vitiello MILANO ©RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Undici anni dopo, la stessa scena. Mike Maignan dopo aver ricevuto insulti razzisti ha interrotto la partita tra Milan e Udinese, proprio come successe nel 2013 a Kevin-Prince Boateng, ex centrocamp­ista del Milan, durante un’amichevole a Busto Arsizio contro la Pro Patria.

Prince, cosa è cambiato rispetto ad allora?

«Se Mike Maignan, nel 2024, si trova a dover abbandonar­e il campo, vuol dire che non è cambiato proprio niente. È una vergogna. Io capisco cos’ha provato. Adesso sto collaboran­do con la Fifa per il problema del razzismo e per la salute mentale dei giocatori. L’obiettivo è buttare fuori il razzismo dagli stadi. Non se ne può più».

Sarebbe importante che più giocatori trovino il coraggio di fare gesti come quello di Maignan?

«Il problema è che parlano sempre e solo i giocatori di colore. Abbiamo bisogno di tutti. Perché se si parla della guerra siamo in prima linea tutti, e anche sul razzismo c’è necessità che ci mettano la faccia tutti».

Hai sentito Maignan? Gli vuoi mandare un messaggio?

«Gli ho scritto due volte: una per dirgli che è fenomenale, e una adesso dopo questo episodio. Ma non mi risponde mai… Sono passato di moda (ride, ndr). Se lui vuole, io sono a sua disposizio­ne per aiutarlo, perché so benissimo in quale situazione sia».

Vorresti incontrarl­o a Milanello?

«Ma certo, so che ha bisogno di una mano. Non sappiamo se stia bene, bisogna stargli vicino».

E pensare che qualcuno aveva accusato Maignan di aver esagerato…

«Sappiamo come funziona. Maignan è una vittima. Non è bello vedere una squadra andare via dal campo. Mike ha fatto benissimo. Io penso che, con quelle urla, abbiano voluto distrarlo e fargli male al cuore».

Il daspo a vita al tifoso dell’Udinese può essere un punto di non ritorno?

«Sì perché hanno agito senza aspettare nessuno, la decisione dell’Udinese è molto importante. Se succede di nuovo con un’altra squadra, quel club non può sottrarsi dal prendere lo stesso provvedime­nto».

Il 3-0 immediato potrebbe essere la mossa per debellare il problema?

«Se ci fosse questa regola, non lo farebbe più nessuno, perché andresti a far perdere la tua squadra del cuore. Un turno a porte chiuse non serve a molto. Servono riscontri oggettivi, con telecamere e microfoni che vanno a prendere subito chi fa queste cose e lasciarlo fuori dagli stadi per sempre. Servono sanzioni forti, altrimenti le cose non cambiano».

Maignan avrebbe fatto meglio a non rientrare in campo?

«Capisco Maignan, perché ama giocare a calcio ed è per quello che non è rimasto negli spogliatoi. Probabilme­nte, se si fosse trattato di uno sport singolo non sarebbe rientrato, ma dietro di lui ha una squadra e capisco il fatto che sia tornato in campo».

Il tuo amico Ibra in quei momenti ha aiutato Maignan a tenere la calma…

«Zlatan ha passato tanti momenti del genere, ricevendo insulti dai tifosi avversari che volevano disturbarl­o. È molto forte e ha messo la sua esperienza al servizio di Maignan. Ha una mentalità incredibil­e e avere una persona del genere al tuo fianco ti aiuta tantissimo, perché sai che ti puoi appoggiare a lui».

È stato un ritorno importante il suo…

«È un fattore determinan­te. Penso che sia la figura più importante dentro il club, perché riesce ad essere un bel collante tra squadra, allenatore e società».

Com’è questo ruolo alla Fifa?

«Sono un consulente di Infantino, sono molto vicino a Rio Ferdinand, parliamo con Vinicius Junior, parleremo con Thiago Silva, con Rakitic, stiamo contattand­o diversi giocatori, attuali ed ex, per coinvolger­e persone che ci mettono la faccia».

Cosa determina le sofferenze psicologic­a dei giocatori?

«Oggi più di prima a causa dei social c’è ancora più pressione. I social sono un’arma di distruzion­e che può annientare una persona mentalment­e. Può provocarti pressione, attacchi di panico e ansie. Non conosco un giocatore che non abbia problemi mentali».

È successo anche a te? «Sì, pure io ho avuto la depression­e per un mese, ero vuoto. Facevo l’uomo forte in campo poi tornavo a casa piangendo. La gente pensa che guadagnare dieci milioni l’anno significa essere felici, invece quei dieci milioni sono la causa dei problemi. Oggi sono una persona diversa grazie alla religione e a Gesù».

Al Milan è arrivato Loftus-Cheek, ti rivedi in lui?

«È molto forte, aveva già fatto ottime cose al Chelsea. L’Italia è perfetta per Ruben, in Serie A manca un giocatore con le sue qualità. Ricorda un po’ me, ma anche Nainggolan. È un giocatore box to box, può fare gol e assist, ed è un guerriero. Ci sta bene dentro a questo Milan. Però come Prince Boateng ce n’è solo uno».

«Tutti i calciatori sono depressi È successo anche a me»

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