Ad­dio a Gi­gi Ra­di­ce, due vol­te ros­so­blù

Mor­to a 83 an­ni l'ex al­le­na­to­re: fu il pro­ta­go­ni­sta del mi­ra­co­lo del 1980-81

Corriere di Bologna - - DA PRIMA PAGINA - Pel­le­ra­no

«Gi­gi Ra­di­ce, co­lui che por­to l’Olan­da in Ita­lia», «un pre­cur­so­re che c’in­se­gnò il pres­sing, che chie­de­va il re­cu­pe­ro pal­la agli at­tac­can­ti e le due fa­si a tut­ti a pre­scin­de­re dal ruo­lo». Par­la­no due dei suoi gio­ca­to­ri più ap­prez­za­ti, Eral­do Pec­ci scu­det­ta­to a To­ri­no nel ’76, Fran­co Co­lom­ba ca­pi­ta­no, 30 su 30, nel bril­lan­te an­no del -5. Un al­tro ad­dio nel cuo­re del pallone ros­so­blù, ie­ri all’età di 83 an­ni nel­la sua Mon­za do­po una lun­ga ma­lat­tia si è spen­to Gi­gi Ra­di­ce.

«Gi­gi Ra­di­ce, co­lui che por­to l’Olan­da in Ita­lia», «un pre­cur­so­re che c’in­se­gnò il pres­sing, che chie­de­va il re­cu­pe­ro pal­la agli at­tac­can­ti e le due fa­si a tut­ti a pre­scin­de­re dal ruo­lo». Par­la­no due dei suoi gio­ca­to­ri più ap­prez­za­ti, Eral­do Pec­ci scu­det­ta­to a To­ri­no nel ’76, Fran­co Co­lom­ba ca­pi­ta­no, 30 su 30, nel bril­lan­te an­no del -5. Un al­tro ad­dio nel cuo­re del pallone ros­so­blù, ie­ri all’età di 83 an­ni nel­la sua Mon­za do­po una lun­ga ma­lat­tia. Ra­di­ce, no­men omen, trac­ce pro­fon­de nel Toro scu­let­ta­to del ’76 e sot­to le Due Tor­ri do­ve tra­scor­se due sta­gio­ni e una set­ti­ma­na.

Da gio­ca­to­re car­rie­ra stron­ca­ta da gio­va­ne per un gra­ve in­for­tu­nio, poi al­le­na­to­re di suc­ces­so a Ce­se­na, il trion­fo di To­ri­no e Bo­lo­gna, in­gag­gia­to nel 1980 do­po un in­ci­den­te paz­ze­sco in cui per­de la vi­ta l’ami­co Ba­ri­son. Con­dot­tie­ro vo­glio­so di ri­vin­ci­ta co­me i ros­so­blù, piz­zi­ca­ti e ba­sto­na­ti dal cal­cio scom­mes­se. Gran­de per­so­na­li­tà, mol­te e nuo­ve idee cal­ci­sti­che. «Non era un ser­gen­te di fer­ro, cer­ca­va sem­pre il dia­lo­go e il con­fron­to. Cal­cio, ciclismo, po­li­ti­ca (uno dei po­chi di si­ni­stra ndr) la di­scus­sio­ne era il suo pa­ne», ri­cor­da Co­lom­ba. Per un an­no fu il Re di Bo­lo­gna. «Il ve­ner­dì, par­ti­tel­le ti­ra­tis­si­me: la squa­dra del Re, Ra­di­ce, con­tro quel­la del­la Re­gi­na, del suo se­con­do Fer­ret­ti, so­lo che l’ar­bi­tro era… il Re e Mir­ko an­da­va giù di te­sta. Nes­su­no si ri­spar­mia­va, an­che se la do­me­ni­ca era die­tro l’an­go­lo». Sen­za il -5 il Bo­lo­gna sa­reb­be fi­ni­to 5°: fu il mi­glior cam­pio­na­to de­gli ul­ti­mi 37 an­ni.Poi pe­rò se ne an­dò al Mi­lan. E non fu il so­lo.

Fab­bret­ti ce­det­te mez­za squa­dra. Ma tor­nò do­po un an­no coi ros­so­blù re­tro­ces­si (co­me il suo Mi­lan). «Ero in va­can­za a Fa­vi­gna­na, mi chia­mò, “dai Fran­co, vie­ni che fac­cia­mo una set­ti­ma­ni­na di la­vo­ro”. Vo­lai a Ca­stel­de­bo­le con gli al­tri fe­de­lis­si­mi. Do­po tre gior­ni pe­rò se ne an­dò: “ven­do­no tut­ti, non fan­no le co­se se­rie, non ci sto”».

Man­ci­ni al­la Samp. Ra­di­ce sbat­té la por­ta di ca­sa del pre­si­den­te in via Put­ti. Tor­nò an­co­ra. Qua­si 10 an­ni do­po per sal­va­re un Bo­lo­gna sbat­tu­to con­tro uno Sco­glio e con una so­cie­tà in dif­fi­col­tà. Non ci riu­scì, fi­nì in B. «Eb­be po­che col­pe, noi gio­ca­to­ri di più, non in­gra­nam­mo pro­prio», rac­con­ta Re­na­to Vil­la. Po­stu­ra fie­ra, sguardo drit­to, sorriso fur­bo, era an­che di­ver­ten­te co­me ri­cor­da Pez­zi nel suo li­bro. «A To­ri­no ci se­gui­va il gio­va­ne Bep­pe Con­ti, che in real­tà ama­va il ciclismo. Un gior­no ar­ri­va al cam­po e di­ce “mi­ster so­no fe­li­ce, mi man­da­no a fa­re il ciclismo!”. “Bra­vo ra­gaz­zo, buo­na de­ci­sio­ne, per­ché te di cal­cio non ci ca­pi­sci un…”».

Vin­cen­te

Lui­gi Ra­di­ce, vin­se quat­tro scu­det­ti da al­le­na­to­re (Lap­res­se)

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